Recensione: L’uomo senza gravità

L’UOMO SENZA GRAVITÀ (Italia-Belgio, 2019) di Marco Bonfanti, con Elio Germano, Michela Cescon, Elena Cotta, Silvia D’Amico, Vincent Scarito, Pietro Pescara, Jennifer Brokshi, Andrea Pennacchi, Francesco Procopio. Fantastico drammatico. ** ½

Vive di uno di quelli spunti anomali, L’uomo senza gravità, soprattutto nell’orizzonte di un cinema – quello italiano – che solo negli ultimi anni ha ritrovato un dialogo con il fantastico, il soprannaturale, l’inconsueto. Intrecciandolo soprattutto col sacro (Lazzaro felice, Il miracolo prima di Edoardo Winspeare e poi di Niccolò Ammanniti) senza omettere le parabole inattese di una via italiana al superomismo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Cooperman).

Costeggiando – almeno sul piano delle intenzioni – il senso spielberghiano per l’infanzia, individuando nell’innocenza dello sguardo una cifra per leggere la realtà secondo il metro dell’immaginazione, l’opera prima di Marco Bonfanti si riallaccia al sottovalutato Tito e gli alieni: un realismo magico a misura di bambino, dove non si rifiuta ciò che non è spiegabile con la razionalità ma si abbraccia, anzi, l’idea di un cinema aperto ai possibili scenari della fantasia.

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La prima parte del film è, a suo modo, perfetta, per quanto dimostri un pur condonabile fiato corto: lo è perché alza l’asticella delle aspettative non tradendo la natura del suo titolo esplicito, perché chiede al nostro sguardo di adattarsi alla paura di cadere nell’assurdo, perché inventa un immaginario in cui una provincia senza nome ma del tutto credibile e identificabile con un’intera nazione diventa spazio ideale di un racconto dove c’è una scissione scenografica dunque affascinante tra dentro e fuori.

C’è, infatti, una profonda differenza fra l’ordinario e pigro esterno della provincia e il creativo spazio interno adattato alle esigenze di un bambino nato senza gravità, che vola senza superare il soffitto di una casa tramutata in un universo ovattato e privato di pericoli. Con Michela Cescon ed Elena Cotta, madre e nonna troppo adulte per accogliere davvero l’avventura di una vita inconsueta, e il piccolo Pietro Pescara davvero bravo nel suggerire malinconia e stupore, serenità e curiosità.

Quando il bambino cresce e assume le fattezze di Elio Germano, il film smarrisce un po’ il suo delicato e temerario baricentro incantato nelle pieghe di un quotidiano inatteso, avvicinandosi a certe suggestioni lugubri quasi da Tim Burton (il ragazzo speciale diventa fenomeno da baraccone): alla ricerca della leggerezza perduta, la favola resta irrisolta a causa di una narrazione che si preoccupa di spiegare troppo o si dimentica di costruire ponti per arrivare alla maturità.

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