Non per soldi… ma per denaro | Billy Wilder (1966)

Incastonato tra la struggente trenodia al cinema brillante e ai suoi inganni di Baciami, stupido e il malinconico ripensamento sovversivo di Vita privata di Sherlock Holmes, Non per soldi… ma per denaro ha l’aspetto di uno scherzo, un divertissement di quello che all’epoca era il massimo autore di commedie al mondo, nel solco del magistero di Ernst Lubitsch sempre rivendicato ed evocato in ogni scena di tutto il suo cinema.

Ma per Billy Wilder questo film in superficie contenuto – considerando peraltro che avviene quasi tutto in interni, almeno per metà in un solo spazio – e perfino “piccolo” costituisce l’occasione per tracciare le linee guida di un modello teorico. Con uno sforzo di sintesi: sceneggiatura di ferro scritta con il fedele I.A.L. Diamond; regia controllatissima e di assoluta trasparenza; recitazione che innesta naturalezza nella finzione.

Come risulta più evidente dal titolo originale – adattato in italiano con rara sciatteria – è la storia di un imbroglio: una truffa all’assicurazione che è la versione comico-ribelle di La fiamma del peccato, dove certo mancano sia il pericoloso love affair che la femme fatale che sovrintende l’intero impianto narrativo. Il genio di Wilder sta nell’assegnare a due uomini i ruoli di vittima e carnefice, l’ingenuo e il lestofante, chi subisce e chi prevarica, complici nella speranza di un guadagno fraudolento.

Per la prima volta insieme, Jack Lemmon (quintessenza del cinema wilderiano) e Walter Matthau (vittima di infarto prima delle riprese, premiato con l’Oscar) impostano uno schema di coppia più scoppiettante che inedito. Si percepisce chiaramente l’impressione che questi corpi così caratterizzati era come se aspettassero da una vita di incontrarsi sul grande schermo: Lemmon così distinto e perbene, common man urbano dal retaggio provinciale, e Matthau, con quella faccia di gomma ora burbera ora buffa, quasi danzante e cartoonesco.

Nei loro scambi si sentono al contempo la convinzione di conoscersi a memoria e lo stupore di trovarsi tanto affiatati. Interpretano due cognati, che nello schema familiare sono quei tipi che devono imparare a convivere, accettarsi, approfittare l’uno dell’altro. Assecondano felicemente la musica invisibile della messinscena di Wilder e sembrano muoversi anche nell’immobilità (Lemmon, allettato con gessi e busti fino alla “liberazione ginnica”) seguendo il ritmo elegante e indiavolato dato dai dialoghi di questo ballo di furfanti.

Negli spazi angusti esaltati da un 16:9 che conferisce una suggestione teatrale (o televisiva? Sono gli anni successivi al confronto con il teledramma, per certi versi lo stesso L’appartamento, benché supremo capolavoro, ha un legame ipotetico con quella novità dell’epoca: gli interni, i temi privati…) e grazie al bianco e nero di Joseph LaShelle che sottolinea l’adesione cronachistica e lo straniamento, Wilder ragiona sul cinema attraverso il gioco di specchi imposto da una trama tanto aperta e stratificata nel suo essere così apparentemente univoca.

NON PER SOLDI… MA PER DENARO (THE FORTUNE COOKIE, U.S.A., 1966) di Billy Wilder, con Jack Lemmon, Walther Matthau, Ronald Rich, Judi West, Cliff Osmond, Lurene. Commedia. *** ½

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