Recensione: Dov’è il mio corpo?

DOV’È IL MIO CORPO? (J’AI PERDU MON CORPS, Francia, 2019) di Jérémy Clapin. Animazione drammatico fantastico. *** ½

Esiste un ormai più che florido filone che, sfidando discutibili convinzioni radicate nel pubblico meno disponibile (specialmente in quello italiano), porta storie e tematiche “adulte” o comunque più “complesse” nel cinema d’animazione. Certo, l’industria francese dimostra da anni un’attenzione a questo tipo di film, ma è sempre un piacere accogliere la distribuzione internazionale di prodotti del genere (garantita da Netflix), non fosse altro perché sottolineano quanto alcune narrazioni abbiano bisogno del medium animato.

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Il caso di Dov’è il mio corpo? – che traduce molto liberamente l’originale Ho perso il mio corpo – è abbastanza emblematico. Tratto dal romanzo Happy Hand di Guillaume Laurent, racconta la storia di una mano mozzata. Ecco, il dato è già indicativo: come metterla in scena? Il disegno permette di unire la stilizzazione dell’arto e l’evocazione poetica, arrivando attraverso una mediazione artistica dove non arriverebbe un pur efficace effetto speciale con tutto il suo portato di inevitabile effetto collaterale trucido.

Insomma, la mano morta si sveglia, prende vita, fugge dall’ospedale e si mette alla ricerca del corpo da cui è stata tranciata. Il suo girovagare nella città mette in conto una dimensione fantastica che forse solo il cinema d’animazione riesce a trasmettere con tale sensibilità estetica. La storia della mano si incrocia con quello di un corriere di origine magrebina, che, in una serata piuttosto sfortunata tra pioggia e intemperie, consegna una pizza a una ragazza della quale finisce per innamorarsi.

Tra salti all’indietro e fughe oniriche, Jérémy Clapin intercetta in un racconto così insolito la chiave per scandagliare due dimensioni: da una parte riesce a interpretare le zone problematiche di una nazione immersa nella frattura delle seconde generazioni e dei lavori occasionali che acuiscono il divario sociale; dall’altra sa comunicare una componente dolcemente spiazzante che rende il film qualcosa di davvero unico nel panorama europeo.

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Una fiaba stramba quanto toccante, che non rinuncia a piccole dosi di umorismo macabro per rivelare una realtà complessa e irriducibile a un solo tono. E l’animazione scelta si esprime nel brillante equilibrio tra l’immagine di un sontuoso ma “piccolo” lavoro artigianale e un sofisticato utilizzo minimalista delle tecnologie digitali. Qua e là c’è un vago sospetto di eccesso cerebrale rispetto all’impatto emotivo ma l’indiscutibile fascino garantisce il coinvolgimento straniante in una storia universale nella sua particolarità. Primo premio alla Semaine de la Critque di Cannes: prima volta per un film d’animazione.

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