Recensione: Grandi bugie tra amici

GRANDI BUGIE TRA AMICI (NOUS FINIRONS ENSEMBLE, Francia, 2019) di Guillaume Canet, con François Cluzet, Marion Cotillard, Gilles Lellouche, Laurent Lafitte, Benoît Magimel, Pascale Arbillot, Clémentine Baert, Valérie Bonneton, José Garcia, Mikaël Wattincourt, Joel Dupuch. Commedia mélo. * ½

Ci si culla sempre nella nostalgia delle cose che non possiamo più rivivere. L’amicizia come enclave è il rifugio supremo della nostalgia quale malattia senile della maturità, l’espressione massima della sterilità che impedisce di immaginare un’ipotesi di futuro. Capiamo bene che lo schema Grande freddo sia talmente intrigante da poter essere difficilmente respinto da chi si muove in territori come quelli felici e crudeli degli affetti cristallizzati dal tempo.

Tuttavia, è dietro l’angolo la trappola di una nostalgia così fine a se stessa da non permettere uno sviluppo anche nella chiusura. D’accordo, non è la speranza il tema di fondo di Grandi bugie tra amici. Ma è altresì ostaggio della sua infeconda vocazione nostalgica: e dove finisce la tensione data dalla mancata accettazione del tempo che passa – lasciando tutti i suoi residui – inizia il giro a vuoto di un clan stanco, infiacchito, spostato, smarrito infine destinato a ricompattarsi.

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Odissea di un’amicizia in villeggiatura, borghesia di città che scrocca da sempre la bella casa sul mare del più vecchio e ricco tra loro, il sequel di Piccole bugie tra amici non porta la storia verso il perturbante. Anzi, ne incardina la struttura sul gioco al massacro senza uscita ma pronto a ricomporsi in nome del volemose bene, sulle regole dell’ipocrisia per vivere meglio nella reticenza, sull’accumulo di “particolarità” quasi a rifuggire l’orrore di una vita normale.

Declassamento economico e umiliazioni professionali, nevrosi represse e depressioni esplosive, crisi coniugali e app di dating, eterni corteggiamenti e incomunicabilità generazionale, tendenze suicide e infantilismi diffusi, con l’assordante rumore di fondo della mancata elaborazione del lutto di Ludo, già convitato di pietra del film precedente, the body di questo cluedo dei sentimenti detonati nell’isteria. Madamina, il catalogo è questo.

Un po’ troppo? Anche di più, signora mia, ma in qualche modo bisogna riempire le due ore e un quarto di un film che vorrebbe essere lo stato dell’arte dell’industria nazionale e la commediona popolare e melodrammatica (mucciniana? Eh, già) specchio di un popolo. Feroce quanto insincero, spiritato senza avere il coraggio di percuotere gli spettri, lontanissimo dalla sua epoca e incapace di percepirsi quale espressione degenerata di un ricettacolo di pippe borghesi. A volte gli attori sembrano esserne consapevoli.

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