Recensione: Un giorno di pioggia a New York

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK (A RAINY DAY IN NEW YORK, U.S.A., 2019) di Woody Allen, con Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law, Liev Scrheiber, Diego Luna, Cherry Jones, Rebecca Hall. Commedia romantica. ***

Almeno da Midnight in Paris, il cinema di Woody Allen è soprattutto una riflessione sulle immagini. Su quelle del passato, prima di ogni altra cosa: che sia il periodo della lost generation o la café society degli anni Trenta, oltre la patina della nostalgia fine a se stessa utile giusto ai passatisti, Allen ha cercato di filtrare il “film in costume” attraverso una sperimentazione visiva in cui l’immagine è il luogo elettivo del ripensamento.

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Specialmente da quando ha trovato la complicità dell’ingombrante Vittorio Storaro, il cinema di Allen ha acuito ancor di più la natura autoriflessiva, portando una carriera sull’inevitabile ma comunque glorioso viale del tramonto (citato, ça va sans dire) verso la compiaciuta “monumentalizzazione” del proprio statuto d’autore: almeno da Midnight, il cinema di Allen è sempre un cinema su Allen e sul cinema stesso, su quello amato da Allen e su quello emanato da quel cinema.

E, come già Owen Wilson o Jesse Eisenberg, anche Timothée Chalamet alleneggia, a metà tra lo smarrimento angoscioso e la serena consapevolezza che un film di Allen non può che essere un film con Allen, dove i protagonisti sono avatar di un autore la cui anagrafe non permette più d’essere il nevrotico eroe romantico a zonzo per la città. È una cosa che accade anche nel comparto femminile, come se nelle nelle inadeguate Elle Fanning e Selena Gomez di questo giro Allen cerchi le tracce se non proprio evochi le presenze delle muse Diane Keaton e perfino Mia Farrow.

A me pare che, in una certa misura, Un giorno di pioggia a New York sia da mettere in dialogo con Blue Jasmine, l’ultima sortita newyorkese (per metà) del nostro. Se lì c’era un personaggio femminile lucidamente alleniano colto in una crudele crisi economica, sociale e personale che deve abbandonare NY per la vergogna di non essere più all’altezza dello status perduto, qui c’è un ritorno a NY perché, gira che ti rigira, nessun posto è più bello di casa mia.

Il Gatsby (un po’ telefonato, che dite?) di Chalamet ha il viso della più raffinata upper class newyorkese, ha fatto le scuole giuste e ama le cose belle, potrebbe essere uno degli studenti di un irrational man: a disagio lontano dalla culla, coglie al volo la possibilità di riappropriarsene. Ma non può essere tutto così indolore. Infatti, nell’arco di una giornata, mentre la pioggia inonda la città, gironzola tra le strade affollate (ma mica tanto…), set improvvisati e musei alla ricerca del coraggio di cambiare. Quel coraggio che, inaspettatamente, arriva dalla madre.

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In Un giorno di pioggia a New York si percepisce tutto il disagio di un autore vittima del sistema mediatico, che si riflette nella lezione di vita della madre di Gatsby. Battute sparse sul tema: «fa il mestiere più antico del mondo» – «il giornalista?» – «no, quello è il secondo»; «non scrivo per un giornale scandalistico» – «tutti i giornali sono scandalistici». Ammicca feroce ai puritani quando fa danzare la ventunenne Fanning tra le lusinghe di tre maschi ultraquarantenni, senza però arrivare a fondo, come a dire: ragazzi, la vita è meno schematica di quel che credete.

La disillusione che serpeggia in questo film tardo e nostalgico si riflette nella scelta di un’immagine artefatta e teatrale, dove le luci improvvise dei raggi di sole non si distinguono dal fascio del faro sul set, la pioggia sembra non aver densità e le scenografie appaiono come i fondali delle commedie della Hollywood classica. Allen, diciamolo, è un po’ ostaggio della grandeur di Storaro. Ma la piega al proprio pensiero dando al film verso una piega testamentaria davvero inquietante: se il cinema che amo si può solo ripetere, ripetiamolo innescando la paura di una realtà scivolosa.

In fondo dov’è che Allen ritrova lo spazio necessario per modulare il suo umore uggioso? Quando mette al pianoforte Chalamet e gli fa cantare quella struggente ode al disincanto che è Everything Happens to Me. Quando, in un’operazione circolare, fa ricongiungere gli eroi romantici nel piano bar deserto. Il finale, in questo senso, è una lettera d’amore alla falsità del cinema, che si alimenta della realtà e la piega al proprio volere/dovere/diritto di “mettere le cose a posto”. Testamentario? Forse sì.

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