Recensione: Dio è donna e si chiama Petrunya

DIO È DONNA E SI CHIAMA PETRUNYA (GOSPOD POSTOI, IMETO I’ E PETRUNIJA, Macedonia-Belgio-Slovenia-Croazia-Francia, 2019) di Teona Strugar Mitevska, con Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Stefan Vujisic. Drammatico. **

Ci sono film che arrivano in momenti propizi e Dio è donna e si chiama Petrunya è uno di questi. E diciamo pure che con un titolo così è difficile non porsi al pari di un manifesto femminista, certo lontano dalle rivendicazioni esplicitamente politiche dei movimenti delle donne ma sicuramente organico allo spirito felicemente ribelle. D’altronde, nel mondo che racconta il film gli uomini sono porci e squallidi, cattivi e ignoranti, molestano le donne dichiarando al contempo la latitante attrazione fisica e le picchiano per consuetudine tradizionale.

Dietro la macchina da presa c’è una regista, Teona Strugar Mitevska, recentemente onorata da una retrospettiva personale al Torino Film Festival e dunque acclamata quale frontrunner emergente del cinema d’autore, il cui profilo appare ancor più importante a causa della provenienza geografica, la periferica e dimenticata Macedonia. Con Dio è donna, il nome di Mitevska esce dai circuiti festivalieri grazie a una sapiente e furbissima operazione nei pressi della paraculata d’essai.

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Perché, d’accordo, ad uscire è un film dalla compattezza nitida, eppure al contempo così lineare nella sua cristallina dimensione programmatica da risultare perlomeno più abile che riuscito. Dio è donna ci dice tutto ciò che vogliamo sentirci dire, tutte quelle cose che fa comodo alla nostra buona coscienza da privilegiati occidentali, mentre qualche bella risata suscitata nell’alveo dell’umorismo tragicomico balcanico alleggerisce il tono serioso della vicenda.

Al centro della quale c’è Petrunya (l’ottima Zorica Nusheva), una trentaduenne laureata in Storia ( e quindi senza lavoro, che s’imbatte in una cerimonia ortodossa in cui il prete getta una piccola croce nel fiume affinché gli uomini possano recuperarla. Poiché nessuno raggiunge l’oggetto sacro, Petrunya si tuffa e lo recupera. Finisce in commissariato, mentre il video virale della sua “scandalosa” azione scatena la curiosità del circo mediatico.

Parabola grottesca socio-culturale intrisa di elementi interessanti in grado di offrire uno spaccato attendibile del patriarcato macedone, Dio è donna non sarebbe nemmeno un brutto film, anzi, è qualcosa di meno appariscente: è un film a tesi, un’operazione troppo ragionata e pensata per non suscitare in me qualche perplessità sull’esecuzione e sul pensiero stesso dell’impianto. Il film giusto al momento giusto per il pubblico giusto: niente di più, niente di meno. Sì, perfetto, ma, insomma, la profondità è quella di una pozzanghera, i giri a vuoto sono un po’ troppo e il messaggio prevarica sull’azione.

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