La mia top ten del decennio 2010-2019

In ordine di anno

 

Nostalgia della luce di Patricio Guzmán (Francia-Germania-Cile, 2010)

Il primo, folgorante capitolo della trilogia che Patricio Guzmán ha dedicato alla memoria e all’identità della nazione cilena. Partendo dall’infantile passione per l’astronomia, il regista esplora l’importante osservatorio situato nel deserto di Atacama, il luogo più arido della terra, in cui un team di scienziati studia l’origine del calcio e per scoprire se vi sia vita nel cosmo. E ci fa scoprire che in questa terra desolata si recano anche le parenti dei desaparecidos, le cui spoglia la dittatura militare ha parzialmente riversato proprio tra la sabbia e le rocce.

Ma, beffa della natura, il clima del posto riesce a conservare i cadaveri proprio in virtù del suo clima. Il cielo e la terra, i corpi celesti e i corpi morti, l’arcano e il concreto, osservare e scavare: ossessionato dal passato rimosso, Guzmán sublima il dolore collettivo attraverso una visione cosmologica che si fa dimensione altra per ipotizzare una convivenza con le domande senza risposta. Un cinema ostinato e mai retorico, combattente, civile, d’una bellezza struggente e magnifica.

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Post mortem di Pablo Larraín (Cile, 2010)

Dopo Tony Manero, la clamorosa conferma di Pablo Larraín, uno dei talenti più cristallini emersi nel decennio. Un film di volti scavati, inquieti, tumefatti: la faccia di Alfredo Castro, feticcio del regista e di un intero continente. E di corpi devastati dal dolore – come ricorre questa parola, che si esprime attraverso il silenzio degli innocenti (che finiscono per trasformarsi in colpevoli quando si rendono conto che non c’è fine al peggio) – architettato in maniera ineccepibile, severa, violenta.

Essenziale nei suoi pianisequenza di insostenibile provvisorietà in cui si cerca una via di fuga al male di (dover) esistere, nel suo indugiare sul nulla che si fa verbo con la tensione del sospetto, nella ricerca di un qualcosa che non sia necessariamente il senso, ma almeno la sua spiegazione. Autopsia di una nazione morente che si avvia verso l’inferno di Pinochet, un film che racchiude l’essenza del suo apologo nella terribile scena finale, quanto di più privato il dolore può manifestare.

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The Social Network di David Fincher (U.S.A., 2010)

In apertura di decennio, il film americano più determinante per capire il decennio di là a venire. Già allora ne sottolineavamo lo statuto di classico moderno; oggi ci appare nitidamente classico per la sua capacità di perturbare oltre la contingenza temporale e la dittatura dell’algoritmo. Dopo un’introduzione da urlo in cui capiamo per quale motivo è nato Facebook (il motivo è sempre una donna) il racconto dal piccolo nucleo di Harvard agli scontri con due gemelli ambiziosi e americanissimi fino all’incontro decisivo con Sean Parker, il creatore di Napster.

Con quel cecchino di Fincher alla regia, come il contemporaneo Noi credevamo, è un film sul mito nero sul quale si edifica l’impero: il tradimento. E uno dei film più importanti degli ultimi anni sulla morte del mito dell’amicizia, sull’epopea dell’egocentrismo, sull’evoluzione cinica del capitalismo. E dato che all’origine c’è sempre una donna, l’ultima scena è un colpo al cuore. Storia romanzata, ma chi se ne frega, il cinema è questa roba qui.

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I Wish di Hirokazu Kore’eda (Giappone, 2011)

A partire dalla richiesta delle ferrovie giapponesi di costruire un film con l’obiettivo di celebrare i nuovi treni ad alta velocità, Kore’eda piega la commissione alle proprie esigenze creative. E, infatti, nonostante o forse soprattutto per le circostanze iniziali, realizza qualcosa di estremamente coerente con se stesso ma al contempo di “utile” per la committenza: i treni come veicoli di sogni. Lo spirito di questo film incantato e al contempo realistico sta tutto nella traduzione del titolo originale: il miracolo.

C’è un aspetto favolistico nel racconto edificato sulla potenza dell’immaginazione, in cui i desideri si misurano col metro della fantasia. Incredibile la capacità di Kore’eda nel conferire rilevanza a qualunque atto del quotidiano, contemplare la semplicità perché cifra di ogni esperienza, osservare le cose che accadono nella loro normalità. E incredibili sono anche il senso per l’infanzia, l’adesione alla prospettiva dei bambini, l’amore che trasuda in ogni inquadratura. Buffo e ironico, delicato e commovente, pieno di attimi di grazia.

 

La grande bellezza di Paolo Sorrentino (Italia-Francia, 2013)

Cosa resta, quindi, di tutti questi sparuti e incostanti sprazzi di bellezza immersi nello squallore disgraziato? Un film sul bisogno disperato di una risposta, che non può venire né da una chiesa problematica, chiusa e mistica, né tantomeno da una terrazza mondana che sovrasta un mondo allo sfacelo. Sull’impossibilità della riposta, inaccessibile e lontana, perché è la stessa domanda a essere inaccessibile e lontana. Sull’inesorabile necessità di sogno nella realtà, sul trucco, sull’inganno, sulla simulazione, sull’ipocrisia, sulla sopravvivenza, sul gioco delle tre carte, sulla mistificazione.

Un film sul vuoto che si riempie di nulla, sul niente che fagocita la mediocrità, sulla mediocrità che si autodesigna eccezionalità autoreferenziale. Un film che forse non sa cosa dire, ma lo dice così bene da gettarti in uno stato di sublime smarrimento. Un po’ come Jep Gambardella. Capolavoro incompleto, capolavoro sbagliato, capolavoro malato, capolavoro impossibile. Sull’orlo della disperazione, ma capolavoro. La consacrazione internazionale di un autore post-pop, post-moderno, post-mortem.

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Boyhood di Richard Linklater (U.S.A., 2014)

Non tanto metafora quanto proprio riproduzione (messa in scena fino ad un certo punto, tanto è lo spirito finto documentaristico del racconto scritto e diretto dall’eroico Linklater) di una nazione a cavallo tra la ferita del terrorismo e la voglia di rinascita obamiana. Ma nemmeno: qui il cuore è l’epica. Del quotidiano (il romanzo di formazione vero e proprio), della tragedia (i continui trasferimenti dovuti ad occasionali patrigni alcolizzati), del distacco (l’allontanamento dal nido dopo il diploma), musicale (i pertinenti contrappunti canori, dagli Arcade Fire a Bob Dylan).

Cos’è l’epica? La narrazione di un popolo o di un personaggio attraverso cui si tramanda la memoria e l’identità di una civiltà. Qui c’è un piccolo antieroe post-newhollywoodiano che attraversa non solo una vita disordinata suo malgrado con uno sguardo coerentemente disilluso e sorridente, ma anche le fasi di un’America in divenire. Girato in undici anni, un capolavoro larger than life che vorresti non finisse mai.

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La La Land di Damien Chazelle (U.S.A., 2017)

Sempre più rifugio perpetuo dei cineasti americani, qui la nostalgia non è lo scafandro di un vuoto d’idee o di un riciclo fine a se stesso ma il luogo spirituale in cui la coscienza della fine (di un genere, di un cinema, di un mondo) è esorcizzata dall’incanto di non badare al disincanto. Tutto è stato già visto; ad essere nuova è la visione. Cinefilia e mitologia, romanticismo e necrofilia, il film americano più iconico del decennio e uno dei più interessanti per riflettere sul cinema stesso.

E il finale dimostra quanto possa essere devastante il sentimento su cui si fonda il film: l’ipotesi di una vita che soltanto il musical può raccontare. Gli ultimi dieci minuti appartengono già al mito, sono quanto di più emozionante, struggente, straordinario ha prodotto l’ultimo cinema americano pensando a se stesso e a ciò che non potrà (mai) più essere, con quel silenzio finale così insolito in un genere che non conosce mutismi e testimonia in fondo come il film sia una stupenda parentesi che non può avere seguito.

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Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (Italia-Francia-Brasile-U.S.A., 2017)

Il trionfo di Guadagnino, terzo capitolo di una trilogia in cui i ricchi si misurano col desiderio. Qui si declina come l’apprendistato sentimentale di un adolescente protetto da genitori comprensivi, aperti, premurosi, che capiscono prima e più dei protagonisti la lancinante importanza di quella storia estiva. E mentre gli invitati che passano per casa discutono di politica e società con l’intollerabile superficialità dei borghesi senza contatto con la realtà, Elio e Oliver ballano da soli (Bertolucci benedice), in mezzo ad altri ragazzi che danzano nelle notti d’agosto.

Delicato e sensuale, un omaggio agli umori della Partie de campagne di Renoir, all’età acerba di Techiné, ai racconti morali di Rohmer. Ma soprattutto un melodramma archeologico, geografico, anatomico, politico, romantico. Soprattutto romantico. Con tutti i feticci del genere: i letti occasionali, i treni che partono, i telefoni che squillano, le stanze vuote. E poi le statue, i tramonti, le pesche. La natura che ci colpisce nei punti deboli. Un film fondamentale, importantissimo, indimenticabile come il lancinante primo piano finale.

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Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson (U.S.A., 2017)

Un trattato sulla manipolazione: un nevrotico ossessionato da se stesso, dal proprio talento e dai fantasmi che ne infestano l’esistenza fa i conti con un’aspirante moglie che mastica rumorosamente ma lo cura al capezzale come la madre perduta. Una continua lotta tra un corpo che per dimostrare la propria insofferenza nasconde l’intimità del pigiama con il primo gilet disponibile e un altro che cerca di emanciparsi dall’idea altrui di essere essenzialmente un modello da plasmare.

L’incredibile attenzione ad un’immagine depositaria anzitutto dell’oggettiva verità del lavoro come vita, tratteggiata con millimetrico splendore in tutto ciò che accade nella casa-atelier, si trasforma progressivamente in un diabolico, ipnotico, lisergico incubo in cui si nascondono sempre messaggi sotto le fodere degli abiti, lasciando agli occhi l’incarico di inseguire frammenti di verità in piccoli spioncini. Opera totale: un mélo gigantesco e sconcertante in ogni suo aspetto. Per me, l’apice assoluto di PTA.

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The Irishman di Martin Scorsese (U.S.A., 2019)

Scorsese alza la posta e porta il cinema ai confini del possibile, (re)inventando, per questo film fortemente desiderato, un passato impossibile al fine di produrre qualcosa che ai nostri occhi sembra davvero impressionante. Se il sensazionale ringiovanimento restituisce credibilità (anche nei movimenti affaticati degli anziani) alla stagione di gloria dei personaggi, il più artigianale invecchiamento è altrettanto sbalorditivo nel dare il senso di un film prostatico e giovanissimo, classico e rivoluzionario.

Un canto funebre vertiginoso, sommesso e perturbante, l’apoteosi senile di una disperazione senza via d’uscita. A nulla servono le porte socchiuse: nessuno verrà mai a spalancarle per accogliere pentimenti sospesi e così il dolore resta dentro, tra le quattro mura di un carcere morale. Il tempo non esiste, trascorre senza che ce ne accorgiamo mentre si consuma nello spazio di tre ore e mezza che abbracciano mezzo secolo di storia. Pieno di momenti da brividi, ma nel complesso talmente monumentale, fuori misura, emozionante da meritare mille altre letture.

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