Recensione: Star Wars: L’ascesa di Skywalker

STAR WARS: L’ASCESA DI SKYWALKER (STAR WARS: THE RISE OF SKYWALKER, U.S.A., 2019) di J. J. Abrams, con Carrie Fisher, Mark Hamill, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Anthony Daniels, Naomi Ackie, Domhnall Gleeson, Lupita Nyong’o, Keri Russell, Ian McDiarmid, Billy Dee Williams, Harrison Ford. Fantascienza. ***

La regola da applicare è semplice: se i sempre poco permalosi e benché meno suscettibili fan di Star Wars contestano, boicottano, fischiano un film della saga perché incoerente rispetto allo spirito che naturalmente solo quelli stessi fanatici conoscono e possono convalidare, bene, quel film è da ammirare. Ma se corrisponde al loro gusto, converge con le loro aspettative, rispecchia quel che ritengono un andamento lineare, come dire, va bene, ci accodiamo.

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Tutto questo per dire che la damnatio memoriae verso l’antiretorico Gli ultimi Jedi è qualcosa di davvero stucchevole e, di conseguenza, la sostanziale freddezza pur nella cauta approvazione riservata dalla fanbase a L’ascesa di Skywalker è da accogliere con sospettoso sopracciglio alzato. Senza scendere in quei particolari che solleticano l’onanismo degli amatori (ora la smetto con questo sarcasmo, promesso), ci potremmo limitare a dire due o tre cose.

Con il ritorno dietro la macchina da presa del regista più decisivi per capire quanto la poetica (la retorica?) della nostalgia sia la cifra per capire il blockbuster post-newhollywoodiano, la saga ha ritrovato quella volontà di ricalcare il modello della prima trilogia in un equilibrio tra presunto artigianato dal sapore anacronistico e moderata ma determinante incidenza della CGI, attenzione al sempre più avviluppato intreccio narrativo e innesti che dialogano con la temperie contemporanea.

Si sa, quando si parla di Star Wars non si può dire più di tanto, tanto è alta la guardia sul rischio di spoiler nascosti anche nelle frasi più limpide. In ogni caso, L’ascesa di Skywalker è una reunion, una festa in cui sono tutti (o quasi) convocati, compresi coloro che non ci sono più. Se Carrie Fischer continua a vivere grazie a scene tagliate nei precedenti episodi (e rivendica la sua aderenza alla saga sancendo il legame indissolubile tra vita e finzione nel proprio orizzonte), sentiamo anche le voci dei protagonisti deceduti dei lontani episodi.

Un capitolo di fantasmi, una (finta) resa dei conti con gli spettri interiori che si riplasmano in forma ectoplasmatica, una cerimonia degli addii che non ha alcuna intenzione di chiudere col passato. Tutta questa terza trilogia è la quintessenza della nostalgia come trappola che chiude alla possibilità di un futuro nuovo e diverso, il trionfo della malattia infantile del cinema d’autore nella macchina che in apparenza sembrerebbe depotenziare al minimo lo sguardo di un autore.

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Tuttavia, a dire il vero, in fin dei conti ci sta bene che Star Wars costituisca un porto sicuro, un approdo rassicurante benché poco sorprendente che congiunge l’ancoraggio ai miti dell’infanzia alla rincuorante fiducia nell’eterno ritorno dell’uguale. Per quel che mi riguarda, pur in un certo andamento qua e là malfermo per l’obbligo di far quadrare per forza tutto, è un film commovente e quanto basta emozionante per ricordarci che è stato bello perdersi in una galassia lontana lontana.

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