Recensione: Sorry We Missed You

SORRY WE MISSED YOU (G.B.-Belgio-Francia, 2019) di Ken Loach, con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor. Drammatico. ***

Lunga vita al compagno Ken Loach, che, in direzione ostinata e contraria, continua a raccontare le storie degli ultimi, in un’epoca che sembra aver del tutto dimenticato l’antico mantra del nessuno resta indietro. Vecchio ma mai domo, reduce peraltro dall’ennesima campagna elettorale contro i conservatori nell’ultima veste sovranista, Loach torna al cinema dopo il grande successo di Io, Daniel Blake, Palma d’Oro a Cannes tra le più aderenti al sentimento popolare.

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A quella tragedia contemporanea guarda anche questo Sorry We Missed You, che deve il titolo alla formula impressa sul biglietto lasciato a chi non viene trovato in casa al momento di una consegna. Cantore più onesto e lucido della working class, Loach – in tandem con il solito sceneggiatore Paul Laverty – si concentra sulle conseguenze della crisi economica (sarà anche passato un decennio ma i problemi sono ancora tutti là) focalizzandosi su due categorie abbastanza trascurate dal cinema.

Lui, Ricky, ha appena trovato lavoro come autista per un franchise di consegne: non lavori con noi, lo avverte l’autoritario responsabile del magazzino, ma per noi. Deve acquistare un furgone, pensare a un sostituto nel caso di impedimento, lavorare ben oltre le otto ore contrattuali e, soprattutto, rispettare la tabella di marcia imposta dallo scanner che monitora tutti i suoi spostamenti. Ma i debiti sono tanti e non può fare troppe storie.

Sua moglie, Abby, fa l’infermiera a domicilio e resta fuori casa almeno quattordici ore al giorno: si paga gli spostamenti coi mezzi pubblici, pulisce gli escrementi di anziani malati, intrattiene rapporti confidenziali con alcune di loro nonostante le regole lo vietino (toccanti la signora malata di Alzheimer che vuole pettinarla e l’ex sindacalista incontinente). Hanno due figli: il primogenito salta scuola, riempie la città di graffiti e si mette nei guai; la più piccola è tanto tenace quanto fragile. Attori praticamente non professionisti, che sentono bene le budella della storia.

Quasi a sottolineare l’“esemplarità” di una parabola, Loach e Laverty affilano una serie di sfortunati eventi senza lasciare mai un barlume di speranza nel pubblico. Lo concedono in parte in una parentesi di armonia familiare e quando il papà si porta la figlia a lavoro, ma sono frammenti che annunciano altri dolori. Ciò che meglio riesce al regista è la capacità di trasmettere lo stress dilagante, l’alienazione del proletariato, la fatica del vivere ai confini del regno.

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E la cifra autenticamente popolare fino a essere populista garantisce a Loach la fiducia del suo pubblico, soprattutto nell’apice drammatico che esplode in ospedale. Certo, lo schematismo incombe, il presentimento che non vi sia un passo avanti aleggia (beh, ha pur sempre 83 anni…), la lucidità della rabbia rischia di virare verso il testo programmatico, ma film così esatti e devastanti nel raccontare questi pezzi di mondo reietti e dimenticati, insomma, solo Loach li sa fare. Cinema combattente, dalla parte giusta.

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