Recensione: La ragazza d’autunno

LA RAGAZZA D’AUTUNNO (DYLDA, Russia, 2019) di Kantemir Balagov, con Viktorija Mirošničenko, Vasilisa Perelygina, Andrej Bykov, Igor’ Širokov, Konstantin Balakirev, Ksenija Kutepova, Olga Dragunova, Timofej Glazkov. Drammatico. *** ½

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Il secondo film di Kantemir Balagov, ventottenne allievo di Alexander Sokurov, conferma quanto l’enfant prodige russo sia una delle voci più deflagranti del cinema europeo. Già esploso con la trenodia familiare Tesnota, il ragazzo continua a concentrarsi su personaggi femminili singolari, la cui straordinarietà – letteralmente – è data anche da presenza fisiche inconsuete, perfino respingenti nel loro sottolineare l’ostilità del mondo.

L’eroina titolare del tristanzuolo titolo italiano è, in originale, la giraffa (la spilungona, se volete): troppo alta per svettare sugli uomini, rivendicare per sé una fragilità d’animo che il corpo protratto verso il cielo sembrerebbe minimizzare, cercare di nascondersi in una normalità che non è alla sua potata. Viktorija Mirošničenko ne è l’inedita interprete, che lascia attoniti per l’equilibrio di consapevolezza e stupore, leggiadria e gravità.

Ma La ragazza d’autunno è un duetto, in cui la protagonista, infermiera affetta da uno stress post-traumatico, accudisce in ospedale il figlio di un’altra donna, tornata dal fronte e desiderosa di avere un secondogenito. Un film per due voci, due donne nella spettrale e allucinata Leningrado dell’immediato dopoguerra dove vivere è solo l’illusione sotto la quale si cela la certezza del sopravvivere. Un inferno abitato da fantasmi, come alluso dall’incarnato diafano della Mirošničenko.

Più della storia in sé, a colpire del talento di Balagov è la capacità di plasmare mondi attraverso una regia che ha qualcosa di davvero sconvolgente per esattezza chirurgica. E se è vero che qua e là il formalismo sembra essere un rischio tangibile nel mettere in scena una storia che è anzitutto una questione di forma, è pur vero che non si può restare imbelli di fronte a uno sguardo talmente preciso nel definire gli spazi del dolore e i colori esplosivi dell’erotismo soffocato.

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Grazie alla fotografia di Ksenia Sereda e alle scenografie di Sergej Ivanov, Balagov riverbera la narrazione in un mondo dove trionfano il rosso e il verde, tenendo a mente proprio la lezione cromatica del cinema sovietico post-bellico. Se evita di abbandonarsi al manierismo – nonché al pericolo del ritmo piuttosto languido – è soprattutto grazie alla tensione che infonde in questo racconto d’amore e morte che vive di immagini straordinarie (apici: con il bambino sul pavimento, la sequenza del tram).

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