Recensione: Richard Jewell

RICHARD JEWELL (U.S.A, 2019) di Clint Eastwood, con Paul Walter Hauser, Kathy Bates, Sam Rockwell, John Hamm, Olivia Wilde, Nina Arianda. Biografico drammatico. ****

Si chiama The Ballad of Richard Jewell, uno dei due testi all’origine dell’ultimo (per ora) film di Clint Eastwood, terzo capitolo di un’ideale trilogia (per ora) sugli imprevisti atti d’eroismo dei common men americani. Ed è proprio in quel ballad, un genere tipicamente americano nonché termine omesso dal titolo finale, che si trova il cuore battente di questo classico istantaneo, modulato sul tema musicale di Arturo Sandoval che incede solenne sui titoli di coda.

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La rinuncia, per almeno due ore, alla persistenza dello score – peraltro da parte di un regista che è anche musicista – è una scelta morale che testimonia l’approccio del tutto antiretorico nell’affrontare questo filone di storie straordinarie abitate da personaggi ordinari nei cui confronti sua maestà Clint non solo dimostra un sincero interesse narrativo in linea con i maestri della classicità hollywoodiana ma anche una precisa posizione di politica cinematografica.

Come nel concitato e commovente Sully e così nel bistrattato e teorico Ore 15:17, anche qui la realtà si pone quale dispositivo da riprodurre con un metodo nel quale collimano un’attinenza ai fatti non limitatamente cronachistica e al contempo un’adesione assoluta al protagonista. Già poliziotto ridotto a guardia perché ingestibile e zelante, Richard Jewell si accorge di uno zaino sospetto e riesce a salvare parecchie persone radunate a un concerto durante le Olimpiadi di Atlanta del 1996. Assurto a eroe nazionale, nell’arco di poche ore diventa il principale indagato. Perché?

Due i bersagli di Clint. Il primo: i media che sbattono il mostro in prima pagina anche se il mostro tale non è. In un ruolo sgradevole di giornalista che non sa scrivere ma sa investigare anche sfruttando le proprie grazie, Olivia Wilde, cinica e senza scrupoli (il riflesso delle tapparelle che le taglia il volto è spettacolare), è una cover della Faye Dunaway di Quinto potere. Il secondo: il governo nella sua complessità ma soprattutto attraverso l’FBI, che per non far passare il messaggio di brancolare nel buio fiancheggia la stampa (Jon Hamm ha il fisique du role del duro abituato a vincere) puntando al colpevole più facile.

D’altronde Jewell è sulla carta un mostro perfetto. Represso e gentile, frustrato e mammone, rispettoso e conservatore, sollecito e ingenuo. E poi è grasso, sgraziato, sformato. La prova di Paul Walter Hauser è incredibile e ciò che la rende ancor più clamorosa è il dialogo tra la sua immagine plasmata sull’originale eppure lontana dall’imitazione e dalla macchietta e quella del vero Jewell che appare qua e là in televisione nei filmati d’epoca.

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Eastwood gioca molto sul confronto tra il vero oggetto del biopic e il suo interprete. Pensiamo all’apparizione di Sully alla fine dell’omonimo film, ai tre veri eroi di Ore 15:17 che recitano se stessi, ma anche ad American Sniper, il cui reale protagonista capitolava nel funerale del finale. Per lui si tratta anzitutto di un bisogno di trovare autenticità e coinvolgimento, empatia e credibilità. Il realismo ha senso nella misura in cui può trasmettere una nitida potenza drammaturgica.

Non a caso è un film in cui funzionano alla grande sia la riproduzione di eventi precisi (la conferenza stampa di mamma Jewell, interpretata da una sempre puntuale Kathy Bates) sia i frammenti “inventati”, dal dolce bacio tra l’avvocato dell’ottimo Sam Rockwell con la segretaria-angelo custode Nina Arianda all’interrogatorio conclusivo, dove la ribellione inaspettata ai tutori dell’ordine si riflette nel logo ribaltato dell’FBI. Pessimista e lucidissimo, Eastwood, erede di John Ford che suona le ballad più struggenti, si conferma maestro assoluto difficile da emulare.

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