Recensione: Jojo Rabbit

JOJO RABBIT (Nuova Zelanda-U.S.A.-Repubblica Ceca, 2019) di Taika Waititi, con Roman Griffin Davis, Thomasine McKenzie, Scarlett Johansson, Taika Waititi, Sam Rockwell, Rebel Wilson, Stephen Merchant, Alfie Allen, Archie Yates. Commedia drammatico. ** ½

Quando decise di affrontare lo schiavismo degli afroamericani in Il colore viola, Steven Spielberg fu accusato di aver riplasmato la tragedia in una prospettiva che per cromatismi e umore non si discostava molto da una visione disneyana. Si sosteneva, di fondo, che il regista che ha ricodificato il concetto di fantasia degli ultimi quarant’anni non poteva avvicinarsi a una tragedia simile con lo stesso approccio adottato nell’avventura, nel blockbuster, nella fantascienza.

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Di acqua ne è passata sotto i ponti, lo stesso Spielberg ha dimostrato di avere ragione, perché forse il sospetto orientamento edulcorato di quel film era un passaggio per spingere lo sguardo altrove e via dicendo. Che c’entra Spielberg con Jojo Rabbit? Tendenzialmente nulla, se non fosse che Taika Waititi arriva ad affrontare il fardello del nazismo con lo stesso spirito umoristico dei lavori precedenti. Il parallelismo sussiste sulla superficie: la lettura di Waititi è coerente con se stesso ma pericolosa e spericolata.

Si può ridere sul nazismo, lo sappiamo dai tempi del Grande dittatore e Vogliamo vivere!, e non dobbiamo scomodare anche Mel Brooks (fan di Jojo). Il riferimento è piuttosto La vita è bella, per quanto revisionato sotto acidi somministrati non da un pusher incosciente ma da un farmacista accorto. Jojo Rabbit risponde a una formula sicura e ammiccante: satira sul nazismo e coming of age, immagini iconiche e frame virali, commedia esilarante e mélo incombente.

Gioca a fare il discolo scorretto (Adolf Hitler è l’amico immaginario di un bambino invasato) usando gli strumenti del politicamente corretto, frulla suggestioni estetiche riconducibili al più facile Wes Anderson con buffonerie tra Brooks e il Saturday Night Live, usa i colori opachi di un fumetto rétro per rimarcare il pastiche anacronistico in cui nella Vienna nazista si possono ascoltare i Beatles e David Bowie.

Il filtro dovrebbe essere quello infantile, incarnato dall’incantevole Roman Griffin Davis, e di base il discorso su innocenza e fanatismo è piuttosto interessante, perché al bambino è concessa la possibilità di crescere, capire, ribellarsi al mito indotto dalla propaganda. Ma Waititi, che ha adattato liberamente un romanzo di Christine Leunens, appare troppo eccitato per gestire al meglio un equilibrio tanto precario, perdendo talvolta la gravitas della faccenda perché impegnato a rincorrere scene madri, gags ad effetto, lezioni morali.

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Intendiamoci, non mancano i momenti di divertimento (l’ispezione della Gestapo) così come non è difficile commuoversi di fronte al dolore perfetto (le scarpe della madre, l’ottima Scarlett Johansson), ma che si tratti di una paraculata ruffiana mi pare sia pacifico, con la patina disneyana a mitigare l’odore putrefatto dei morti viventi e un’esasperata caratterizzazione dei personaggi (Rebel Wilson, quasi una versione pop-camp della nazista di Pasqualino Settebellezze, l’amichetto paffuto Archie Yates) a ridurre ogni cosa a scherzo buffo.

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