Finché c’è guerra c’è speranza | Alberto Sordi (1974)

Progetto Sordi, le puntate precedenti:

  1. Gastone di Mario Bonnard (1960)
  2. Domenica è sempre domenica di Camillo Mastrocinque (1958)
  3. Io so che tu sai che io so di Alberto Sordi (1982)
  4. Il boom di Vittorio De Sica (1963)
  5. Le coppie di Mario Monicelli, Alberto Sordi, Vittorio De Sica (1970)
  6. Racconti d’estate di Gianni Franciolini (1958)
  7. Il diavolo di Gian Luigi Polidoro (1963)
  8. Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy (1971)
  9. Ladro lui, ladra lei di Luigi Zampa (1958)
  10. La vedova elettrica di Raymond Bernard (1958)
  11. Tutti a casa di Luigi Comencini (1960)
  12. I nostri mariti di Luigi Filippo D’Amico (1966)
  13. Piccola posta di Steno (1955)
  14. Nestore, l’ultima corsa di Alberto Sordi (1993)
  15. Crimen di Mario Camerini (1960)
  16. Accadde al commissariato di Giorgio Simonelli (1954)
  17. L’ingorgo di Luigi Comencini (1979)
  18. Il seduttore di Franco Rossi (1954)
  19. Il prof. dott. Guido Tersilli…, di Luciano Salce (1969)
  20. Venezia, la luna e tu di Dino Risi (1958)
  21. In viaggio con papà di Alberto Sordi (1982)
  22. Un eroe dei nostri tempi di Mario Monicelli (1955)
  23. Il conte Max di Giorgio Bianchi (1957)
  24. Le fate di Antonio Pietrangeli (1966)
  25. Mi permette, babbo! di Mario Bonnard (1956)
  26. I due nemici di Guy Hamitlon (1961)
  27. Mio figlio Nerone di Steno (1955)
  28. Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata di Luigi Zampa (1971)
  29. Il giudizio universale di Vittorio De Sica (1961)
  30. Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952)

Secondo un sordiano autonomo e iconoclasta come Goffredo Fofi, Finché c’è guerra c’è speranza rappresenta la miglior regia dell’attore, certo sempre viziata dagli atavici problemi del Sordi regista e comunque tirata via rispetto alle possibilità iniziali. Altri sostengono che l’apice della sua carriera dietro la macchina da presa sia Amore mio aiutami, praticamente una versione meno intellettuale di un soggetto di Michelangelo Antonioni, altri ancora ritengono che il meglio sia da rintracciare nell’esordio Fumo di Londra, bignami etnografico con lo sguardo della commedia all’italiana.

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Com’è come non è, sta di fatto che Finché c’è guerra è tra le cose più interessanti del Sordi maturo, nella transizione da attore al servizio (reciproco) di grandi registi a autore di se stesso. Campione d’incassi al box office stagionale con oltre due miliardi e mezzo di lire, è a prima vista una tipica operazione: un film a tema e su un tema più che a tesi, dove il senso delle cose lo dà il filtro del piccolo borghese ipocrita democristiano, affezionato alla propria parziale porzione di mondo e attratto da un esotismo da brochure turistica.

Tuttavia, a differenza di Riusciranno i nostri eroi…, l’altra esplorazione africana di Sordi, l’Africa non ha più a che fare con la malia salgariana o l’avventura romanzesca: l’Africa è un business, terra di conquista, mercato fiorente, spazio politico extrademocratico in cui è più facile fare affari grazie alle collusioni con dittatori e despoti locali. Il tema principale è il traffico illegale di armi, quello nascosto è il pessimismo sordiano sul concetto di famiglia.

Sembra, infatti, chiedersi: a cosa è disposto un uomo per assicurare ai propri cari il benessere economico? Dove finisce l’etica di una persona che di mestiere fa il mercante di morte? Perché chi resta a casa a non fare nulla deve godere del lavoro del capofamiglia? In una certa misura è un grande film andreottiano: non avete idea di quanto male bisogna perpetrare per garantire il bene comune, in questo caso familiare.

Emblematico l’incipit: Sordi si sveglia all’alba dopo qualche ora di sonno, scende in salone e scopre che la moglie (Silvia Monti, futura signora De Benedetti, dimostra più dei suoi ventotto anni) sta ancora giocando a carte con una congrega di parassiti. I figli dormono e si lamentano dei rumori provocati dal padre, entrato nelle camere per salutarli. Una famiglia che vive nel lusso senza mai porsi davvero la domanda sull’origine della fortuna.

Nella sua dimensione africana, Finché c’è guerra ha tutti i limiti del film programmatico, preoccupato di essere didascalico con un pubblico che vuole anzitutto ammonire. Sordi, si sa, non è esattamente un buon regista: gli manca il ritmo, la fluidità, si limita a mettere in scena la sceneggiatura scritta da Leo Benvenuti e Piero De Bernardi (scrittori decisamente esterni all’orbita del divo, forse scelti per tentare qualcosa di diverso) senza il guizzo cinico di un Dino Risi né cogliendo davvero il perturbante dentro la commedia alla maniera di un Mario Monicelli.

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Chiaro riferimento di Tolo Tolo, in cui Checco Zalone recupera il qualunquismo buono del “Sordi africano” (questo e Riusciranno…), funziona forse meglio sul piano privato, con l’ottimo finale drammatico successivo allo sputtanamento giornalistico, vergogna assoluta per la borghesia (milanese: il protagonista, romano, è un animale in cattività…) raccolta idealmente in salone per processare l’uomo che ha concesso loro i benefit di una vita agiata. È il pezzo che sta più a cuore a Sordi, e si vede.

Al film manca una regia, insomma, eppure a suo modo sta in piedi, perché c’è un intrigante excursus sul tema piuttosto insolito per il cinema italiano, con chicche – queste sì ciniche – come il coinvolgimento di Samuel Cummings, vero trafficante d’armi o un per niente scontato plurilinguismo che restituisce un po’ di autenticità alla storia. Produce la Rizzoli, Ruggero Mastroianni al montaggio e musiche ormai immortali di Piero Piccioni. Non la migliore, ma tra le regie di Sordi è tra le più solide.

FINCHÉ C’È GUERRA C’È SPERANZA (Italia, 1974) di Alberto Sordi, con Alberto Sordi, Silvia Monti, Alessandro Cutolo, Matilde Costa Giuffrida, Marcello Di Folco, Edoardo Faieta, Roy Bosier, Sergio Puppo. Commedia. ** ½

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