Totò e i re di Roma | Steno e Mario Monicelli (1952)

Progetto Sordi, le puntate precedenti:

  1. Gastone di Mario Bonnard (1960)
  2. Domenica è sempre domenica di Camillo Mastrocinque (1958)
  3. Io so che tu sai che io so di Alberto Sordi (1982)
  4. Il boom di Vittorio De Sica (1963)
  5. Le coppie di Mario Monicelli, Alberto Sordi, Vittorio De Sica (1970)
  6. Racconti d’estate di Gianni Franciolini (1958)
  7. Il diavolo di Gian Luigi Polidoro (1963)
  8. Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy (1971)
  9. Ladro lui, ladra lei di Luigi Zampa (1958)
  10. La vedova elettrica di Raymond Bernard (1958)
  11. Tutti a casa di Luigi Comencini (1960)
  12. I nostri mariti di Luigi Filippo D’Amico (1966)
  13. Piccola posta di Steno (1955)
  14. Nestore, l’ultima corsa di Alberto Sordi (1993)
  15. Crimen di Mario Camerini (1960)
  16. Accadde al commissariato di Giorgio Simonelli (1954)
  17. L’ingorgo di Luigi Comencini (1979)
  18. Il seduttore di Franco Rossi (1954)
  19. Il prof. dott. Guido Tersilli…, di Luciano Salce (1969)
  20. Venezia, la luna e tu di Dino Risi (1958)
  21. In viaggio con papà di Alberto Sordi (1982)
  22. Un eroe dei nostri tempi di Mario Monicelli (1955)
  23. Il conte Max di Giorgio Bianchi (1957)
  24. Le fate di Antonio Pietrangeli (1966)
  25. Mi permette, babbo! di Mario Bonnard (1956)
  26. I due nemici di Guy Hamitlon (1961)
  27. Mio figlio Nerone di Steno (1955)
  28. Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata di Luigi Zampa (1971)
  29. Il giudizio universale di Vittorio De Sica (1961)
  30. Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952)
  31. Finché c’è guerra c’è speranza di Alberto Sordi (1974)

Si è detto e si dirà tanto del genio di Totò, ma c’è una cosa che passa sempre in secondo piano: la sua capacità di riconoscere un cavallo di razza. Come tutti i comici della sua stirpe, Totò è violento, egoista, prepotente. Il rapporto con le spalle è emblematico: Peppino subisce passivo, Aldo Fabrizi incassa fino a scoppiare, Nino Taranto segue l’istinto del “capo”, Mario Castellani serve battute e situazioni… Totò è stato Totò anche grazie alle spalle, a chi ne seguiva le follie, i voli pindarici, i fuochi pirotecnici.

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C’è stato un caso, però, in cui il succube è stato lui. Il Totò neorealista – quello tra Totò cerca casa e Totò e Carolina, diciamo – è un comico particolare, così intelligente da addomesticarsi da solo, consapevole perlopiù di poter contare su sceneggiature che non erano solo canovacci arrangiati. Il Totò di Totò e i re di Roma sembra essere una commistione tra un fumetto del Marc’Aurelio (e lì orbitavano Steno e Mario Monicelli) e una distorsione grottesca del protagonista di un dramma calligrafico,

Sembra arrivare da un racconto impiegatizio di Mario Soldati o Renato Castellani, è una variante buffa di un signor Travet, le cui Miserie furono narrate dallo stesso Soldati a ridosso della guerra per “celebrare” la spina dorsale della nazione rinascente: il ceto medio. Sponda burocratica, Totò esplora lo stesso mondo ministeriale dei coevi Il cappotto di Alberto Lattuada e il meno celebrato Ragazze da marito di Eduardo De Filippo, affrontando di quest’ultimo un’analoga tematica: l’ansia delle figlie femmine da maritare accordata al bisogno di fare carriera dentro la macchina statale.

Ci sto girando attorno, ma la cosa grossa di Totò e i re di Roma è lo slittamento del tipico ruolo comico di Totò da dominante a sottomesso. Pur coi frizzi e i lazzi della sua lingua deflagrante, interpreta un sottoposto, uno che subisce i capricci altrui, vittima del sistema, ignorante che dimostra quanto non sia la conoscenza lo strumento del potere ma lo sfruttamento dell’ignoranza altrui che permette il sotterfugio, l’abuso d’ufficio, il dispetto d’alto bordo.

Totò subisce Alberto Sordi. Trentaduenne star radiofonica, Sordi era stimato dal Principe, ancora per qualche anno campione del box office nazionale. Tempo tre anni e fu costretto a cedere lo scettro al giovane attore romano. Questa paradossale e cupa rivisitazione cecoviana (dai racconti La morte dell’impiegato e Esami di promozione), riletta da Ennio De Concini, Dino Risi, Peppino De Filippo (!), Steno e Monicelli, costituisce, tra le altre cose, anche il ring tra tradizione e rivoluzione.

Sebbene Sordi non sia un vero coprotagonista quanto piuttosto un ingombrante caratterista, il gustoso duello è sul piano della violenza. A un Totò necessariamente dimesso e apprensivo, totalmente piccoloborghese, fa da contraltare un Sordi spietato, quintessenza cinica e perfida del potere democristiano, compagnuccio della parrocchietta che fa esplodere la sua pura natura di andreottiano di ferro, maestro elementare acido, vile, vendicativo.

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Quando Totò è costretto a sostenere un esame per la licenza elementare mai conseguita per poter mantenere il posto da archivista (il discorso sullo studio è di commovente nitore populista), si ritrova in commissione proprio il maestro Sordi, pronto a tutto pur di farlo cadere e del tutto indisposto a farsi toccare dal dolore del padre di famiglia. Lo sviluppo è talmente dirompente e perfino spiazzante che non sembra nemmeno un film italiano.

Con la fame del commediante di razza desideroso di occupare la scena, Sordi azzanna Totò, ne urta la sensibilità, lo fa impazzire, lo provoca fino all’esaurimento. Quello tra i due pesi massimi, l’uno conclamato monumento nazionale amato da tutti (critici esclusi, allora) e l’altro nascente sovversivo con la sua comicità sgradevole e di rottura, è un incontro-scontro incredibile, importante nella misura in cui appare inatteso, perfino imprevedibile all’epoca.

TOTÒ E I RE DI ROMA (Italia, 1951) di Steno e Mario Monicelli, con Totò, Alberto Sordi, Anna Carena, Giovanna Pala, Anna Vita, Aroldo Tieri, Giulio Stival, Ernesto Almirante, Gianni Musy, Pietro Carloni. Commedia. ***

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