Recensione: Gli anni più belli

GLI ANNI PIÙ BELLI (Italia, 2020) di Gabriele Muccino, con Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff, Francesco Acquaroli, Mariano Rigillo, Francesco Centorame, Andrea Pittorino, Alma Noce, Matteo Del Buono, Paola Sotgiu, Fabrizio Nardi. Commedia. ****

Sulla superficie della storia filtrata dalla malia di una cartolina seppiata, s’inizia come al principio di Romanzo criminale. I tre attori sono gli stessi: o meglio, le loro proiezioni da adulti sono le stesse del gangster movie romano. Lì, appunto tre ragazzini nel crinale tra infanzia e adolescenza e quel che viene dopo, con un quarto, il povero Grana, che non ce la fa a superare l’incipit, convitato di pietra di un’intera narrazione, spettro che avrebbe dovuto determinare diversamente il corso di quegli amici destinati alla malavita.

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Qui gli amici sono tre, anzi due. Perché il terzo, quello che ci sta per rimettere la pelle, è un Grana che ce l’ha fatta. Sono state le guardie, come lì, ma qui i tre sedicenni sono vittime inconsapevoli dei residui della Storia. Anni di piombo già interrati dal riflusso, siamo nel 1982, d’altronde. E Romanzo criminale? No, Romanzo popolare. Anzi: Romanzo sentimentale. C’è anche la macchina, ma non è rubata: al massimo si fanno derubare. Perché la macchina? Per andare lontano, perché andare lontano non è uguale a morire.

Riccardo, il nuovo amico, si salva: lo chiameranno Sopravvissù, Giulio e Paolo, che invece si conoscono da una vita. Cosa sarebbe successo se non fosse sopravvissuto? «Quando hai rischiato la vita con qualcuno resti attaccato a quella persona come se quel momento non fosse mai passato», diceva Nino Manfredi in C’eravamo tanto amati.

Ma qui non c’è la Resistenza, non c’è la Grande Storia Italiana che attraversa quella degli uomini. Qui ci sono le storie mediate dalla televisione. I muri che cadono, i mondiali del 1990, il sangue infetto come epitome di Tangentopoli, la discesa in campo di Berlusconi. Non a caso la storia scompare, riapparendo un attimo, nel 2001, con le Torri Gemelle, ma solo per dare voce alla verità del cuore: «Quando ci fu l’11 settembre avrei voluto essere accanto a una sola persona».

Gli anni più belli non si nasconde dietro al dito che indica la luna del cinema che mai più sarà. Gli anni più belli lo ammette chiaramente che la sua ambizione massima si scontra con l’impossibilità di rifare C’eravamo tanto amati, i cui diritti Gabriele Muccino ha comprato un po’ per mettere le mani avanti di fronte al catalogo di citazioni, un po’ per dichiarare esplicitamente il suo essere “surrogato” o “paratesto” di quel cinema lì e un po’ per rincorrere il film che più di ogni altro ha influenzato la generazione dei registi cinquantenni italiani.

Sarà forse vero, come dice Claudio Santamaria immerso nella Fontana di Trevi (ma la vita non può più essere dolce, perché non è mai stata tale), che «s’accontentamo». Forse sì, ci accontentiamo di rimodulare il passato sul verbo nostalgico. Ha ragione Pierfrancesco Favino, verso il finale che, ecco sì, proprio non ci pensa minimamente a negare l’origine di ogni cosa: «la nostra generazione non si lascia un cazzo dietro» è la revisione mucciniana del mantra che segnava il classico di Ettore Scola.

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Di quale generazione parliamo? Della loro, quella dei cinquantenni, che lascia (alla nostra) le macerie. Padri assenti e madri sfuggenti come costanti di un tempo fragile in cui i figli devono fare tutto da soli. E sulle macerie di quella precedente, i cinquantenni di oggi hanno costruito il monumento alla nostalgia: La Grande Commedia All’Italiana. Che non può più essere, per non fare la fine dell’uccello che si schianta sul vetro quando cerca di volare verso l’amore perduto.

Al massimo si può ricalcare, citare, ricordare. Omaggiare: se Gli anni più belli evita il rischio di cannibalizzare se stesso è perché da ogni scena traspare l’amore spudorato (sì, perché Muccino è il regista italiano più spudorato in circolazione) per il cinema italiano. Non c’è onanismo: c’è la riconoscenza – direi che c’è perfino il riconoscimento – nei confronti del medium che meglio di ogni altro ha interpretato l’Italia dopo la guerra.

Di C’eravamo tanto amati resta lo schema: tre uomini e una donna. La donna non è l’Italia contesa, gli uomini non sono le anime della sinistra. L’abbiamo detto, la Storia non c’entra, c’entrano i sentimenti di una nazione che barcolla verso il futuro. Infatti dove mancano i canti partigiani c’è la voce di Claudio Baglioni, il cantore del disimpegno politico (la title track non vale una nota di E tu come stai?). Però c’è uno sfasciacarrozze, c’è una macchina rossa, non c’è Elide perché le donne sono cambiate, hanno altre traiettorie esistenziali e certo non si ammazzano per sentirsi importanti agli occhi di chi non sa amare.

Però il tempo passa comunque, i triangoli si riducono perché non tutti vogliono costruirsi bei ricordi per il futuro. Ci sono i volti che spuntano nel buio (a dieci anni da La prima cosa bella, film gemello di questo, Micaela Ramazzotti rinnova il patto di fiducia con l’eredità di Stefania Sandrelli), balli che sono coreografie del sesso ancora non consumato, quelli che continuano a esse bboni e generosi e non se stuferanno mai perché la vita funziona così, «e che dovevo fa’?».

Ci sono perfino la carta filigranata, gli avvocatoni, i cardinali che s’ingozzano, i suoceri che delegano ai generi la gestione, la contestano e per dispetto non morono mai. Ci sono gli incontri casuali nella Roma popolare (non più San Giovanni ma i tram, anche se i bambini sono sempre gli stessi) e «ci vediamo tra altri dieci anni» per mascherare i «non ti far vedere mai più». Ci sono le trattorie col vino sincero e gli sguardi rubati durante uno spettacolo (immenso Kim Rossi Stuart, di tenerezza struggente).

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Ma c’è anche Una vita difficile: i piccoli intellettuali falliti, le comparsate in una Cinecittà che è solo il pallido riflesso del passato, le coppie sfasciate per un idealismo ormai ridotto a opportunismo pur senza cattiveria, le camminate da ubriachi. Mancano gli schiaffi ai padroni ma ci sono le elezioni perse con un movimento senza identità (quindi vinte).

E c’è La famiglia: gli attori che cambiano nell’arco di un secondo annullando lo scorrere del tempo (il tempo non esiste: memorabile la corsa per le scale di Ramazzotti verso casa di Rossi Stuart), «i negri hanno il ritmo nel sangue» e i luoghi comuni per occupare lo spazio dell’imbarazzo, il saluto da un palazzo all’altro, Carlo e Giulietto impossibili fratelli ideali accomunati dalla stessa casa. E non si può non finire su una Terrazza, mentre Roma, sempre presente, improvvisamente scompare nel buio.

«C’ho una sorpresa»: t’ho pensata tanto, io invece no. S’accontentamo; era questa la vita che sognavi? Incredibile il casting degli avatar adolescenziali, splendida la prima parte, nei pressi del sublime il finale. Un cinema che ci meritiamo: stratificato perché devoto e popolare, circolare e rotondo, caldo e commovente.

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