Recensione: La mia banda suona il pop

LA MIA BANDA SUONA IL POP (Italia, 2020) di Fausto Brizzi, con Christian De Sica, Angela Finocchiaro, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Diego Abatantuono, Natasha Stefanenko. Commedia. *

Il nadir di un cinema morto che non si capisce bene per quale motivo qualcuno si ostina a tenere in vita. Al di là delle note vicende di cronaca, Fausto Brizzi è un regista che non ha più niente da dire, sostenuto da un produttore (Luca Barbareschi) che per partito preso lo protegge nonostante La mia banda suona il pop sia il quarto flop di fila in circa un anno. Un mistero: Brizzi è passato dalla damnatio memoriae (il suo nome oscurato dai credits di Poveri ma ricchissimi) a quattro film in dodici mesi.

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Tre da regista: l’autoassolutorio Modalità aereo, lo stucchevole Se mi vuoi bene e questo. Incasso complessivo: a oggi non si superano i tre milioni. Il quarto sarebbe l’altrettanto fallimentare, almeno a livello commerciale Dolceroma, che ha ampiamente supervisionato dietro le quinte, tra il grande film e l’incontestabile scult. Da rinnovatore della commedia anni zero, ponte tra l’esperienza comica del cinepanettone e l’ambizione della commedia sofisticata anglosassone, Brizzi è diventato il rottamato.

La mia banda suona il pop è anzitutto l’adunata di volti del passato incapaci di ricodificare le proprie maschere. Brizzi insiste con l’industria della nostalgia, ostinatamente ancorato al ricordo infinito ai limiti dell’esorcismo di questi ormai insopportabili anni Ottanta. La chiave di una storia del genere – la reunion di un gruppo di quel decennio – non può essere la nostalgia ammiccante. Ci vogliono acidità, senso del rimpianto, respiro epico della cialtroneria.

Nel momento in cui assistiamo alla più importante reunion del pop nazionale (i Ricchi e Poveri), questo film avrebbe potuto raccontare il retroscena, il dietro le quinte, il sottoscala delle piccole miserie che affollano situazioni simili. Brizzi e i suoi sceneggiatori, invece, scelgono la grana grossa e il pecoreccio («c’ho ‘na voglia di cazzo che nemmeno t’immagini»). Il che non sarebbe nemmeno un problema di per sé qualora si sappia maneggiare la materia e se il tutto non risultasse così approssimativo, confusionario (la dimensione da film di rapina è imbarazzante), sconfortante.

Tra i colpi di grazia, l’imbolsito Christian De Sica che si chiama Tony Brando, come l’iconico personaggio di Compagni di scuola, di cui questo del film dovrebbe essere ipotetico proseguimento: ridotto ad andare a una simil Isola dei famosi, ammiccando agli spettatori con quell’«aiutatemi!» che era tormentone dello spot di una compagnia di telefonia mobile di cui era testimonial, più che Tony Brando vediamo De Sica stesso, fantasma dei suoi giorni migliori.

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Velo pietoso sugli altri, dai sempre più gigioneschi Diego Abatantuono e Massimo Ghini fino alle disarmanti performance sopra le righe di Angela Finocchiaro e Paolo Rossi. All’inizio e alla fine, quando vediamo il gruppo nella sua stagione di gloria, con attori più giovani, il film sembra dialogare con i ragazzi del clamoroso casting di Gli anni più belli, dialogandovi idealmente fino a proporsi quale involontaria instant-parodia trash.

Tra una battuta che resta («una volta a un festival dell’Unità mi stavano picchiando Scialpi, giustamente peraltro») e altre senza senso («sei come Mauro Repetto degli 883» è un riferimento che proprio non appartiene all’humus dei personaggi), non bastano le canzoni dei Popcorn, la banda della storia, composte con credibilità dall’esperto Bruno Zambrini, per far digerire un film così malinconicamente, ineluttabilmente, vergognosamente deprimente.

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