Amore mio | Raffaello Matarazzo (1964)

Un film segreto, nascosto per decenni, l’ultimo diretto da Raffaello Matarazzo, all’epoca cineasta ormai decaduto dopo essere stato, appena un decennio prima il re del box office, demiurgo dei melodrammi più popolari del cinema italiano di sempre. Dopo tre commedie di scarso successo, Matarazzo si autoprodusse Amore mio, investendo risorse personali, ma la Titanus non gli garantì una distribuzione decorosa, relegandolo alle sale di provincia: e così l’addio al cinema di uno dei più importanti registi italiani è caduto nell’oblio.

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È un mélo completo, Amore mio, e, sulla carta, ha poco a che fare con i classici degli anni Cinquanta, diciamo Catene e I figli di nessuno. La differenza di fondo è lo spirito: se in quelle hit strappalacrime il sistema narrativo del dramma era un viatico per il ricongiungimento e la pace familiare come allegoria di un Paese bisognoso di conferme e certezze, in questo mélo del boom economico e prima della rivoluzione è proprio il clima sociale a determinare il pessimismo dell’autore.

Amore mio racconta il love affair tra una ragazza e l’uomo che l’ha salvata dal suicidio, borghese rampante e marito infelice. Negli anni del lolitismo è indicativo che Matarazzo non riserva alla sua eroina un portato eroico dirompente: con la Eleonora Brown – già figlia della Sophia Loren Ciociara – siamo piuttosto nei pressi della malizia suggerita di Gigliola Cinquetti proprio in quel 1964, corpo giovane che esercita sensualità in sottrazione ponendosi quale oggetto disturbante perché espressione di purezza.

Per quanto nell’incipit s’intuisca che non sia del tutto inesperta, potremmo perfino leggere in film come una fuga in avanti di Non ho l’età della stessa Cinquetti, malgrado sia Città vuota della più immorale (per l’epoca) Mina la canzone che risuona alla pista da bowling, pronta a puntellare il ménage amoroso clandestino con tintinnante lascivia. E proprio il bowling e così poi il giro in supermercato danno l’idea di una società in mutamento, mettendo in connessione l’immaginario americano con l’evoluzione italiano: un ponte tra il mélo hollywoodiano e quello nostrano per mezzo dei cambiamenti dettati dal boom.

Amore mio è quattro film in uno. In primo luogo è un romanzo di formazione. In purezza, nettezza, limpidamente. Personaggio che salta da una fase all’altra nel percorso esistenziale grazie a – o per via di – un incontro destabilizzante. Secondo, è la storia d’amore tra una figlia senza padre e un padre in crisi, con la prima che vede nel primo la latitante figura paterna ma si abbandona al sentimento sia per riconoscenza al salvatore sia per bisogno di sentirsi rassicurata.

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E con l’uomo che intravede nella ragazza prima l’ennesima occasione di ristoro extraconiugale (ci sarà passata anche la compita segretaria, gelosa della protagonista?) e poi un’opportunità per fuggire dal matrimonio e ricostruirsi una vita con una donna in fieri. Terzo, è una marriage story: moglie sull’orlo della nevrosi comunica col marito solo mediante il litigio. In uno degli ultimi, Matarazzo si concentra sulla bambina, che ha appena bruciato qualcosa in cucina: in quello sguardo rivolto verso l’alto c’è tutta l’empatia di un analista che ha indovinato il focus.

Infine, sebbene un po’ in disparte, è un acidissimo e malinconico racconto del rapporto tra madre e figlia: una madre giovane e libertina che sa di non essere all’altezza del ruolo ma non sa trasmettere calore e comprensione. Didi Perego, allo specchio, che mentre si trucca capisce di dover restare accanto alla figlia è un gran momento. Per il resto, d’accordo, c’è qualche eccesso didascalico, ma è un ottimo mélo al calor bianco, con l’aereo che parte nel finale a consegnare l’immagine di un disperato amour fou.

AMORE MIO (Italia, 1964) di Raffaello Matarazzo, con Eleonora Brown, Paul Guers, Antonella Lualdi, Didi Perego, Luciana Angiolillo. Mélo. ***

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