Lucia Bosè, cronaca di una diva

L’ultima volta che ho visto Lucia Bosè è stata anche l’unica. Era lo scorso ottobre, alla Festa del Cinema di Roma, presentava il libro biografico che le ha dedicato Roberto Liberatori. Parlò un’oretta: avresti voluto ascoltarla altri mille giorni. Lucia se n’è andata questa mattina, stroncata da una polmonite (coronavirus? Forse, ma è importante?), e il ricordo di quell’incontro è proprio oggi ancora più emozionante.

Vecchia, nel senso più nobile del termine: il tempo stampato in faccia, le rughe come solchi, i movimenti lenti, i capelli blu per emanciparsi dalla banalità del quotidiano, la voce abbrustolita, l’accento spagnolo mischiato all’ancestrale sapore lombardo. Bella? Siempre. La memoria compagna di strada, amica da far conoscere agli estranei solo attraverso il suo filtro: felicemente reticente e clamorosamente curiosa, salottiera e avventuriera.

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L’incontro di appena cinque mesi fa fu spumeggiante. Aneddoti a non finire: la guerra a Milano, i cadaveri di Mussolini e Claretta Petacci appesi a Piazzale Loreto, il rapporto con Luchino Visconti che si accorse di lei dietro il bancone di una pasticceria, Marguerite Duras che si grattava la vagina, l’amicizia con Jeanne Moreau, i non-detti sull’amore giovanile con Walter Chiari, le cene con il dittatore spagnolo Franco e le proteste di piazza contro di lui con i compagni comunisti tutti vestiti eleganti, le foglie di coca masticate in Cile sul set dell’ultimo film.

Una protagonista – una delle ultime viventi, all’epoca – dell’avventurosa storia del cinema italiano (ed europeo) disponibile a raccontare ciò che voleva con la tipica nonchalance di chi non ha niente da perdere. Mai monumento di se stessa, nonna eccentrica con la passione degli angeli, totalmente señora e totalmente milanese. Lucia Bosé è stata una diva, una vera diva: consapevole di esserlo, consapevole soprattutto di essere stata tale.

Miss Italia 1947, nell’anno di Gianna Maria Canale (seconda), Gina Lollobrigida (terza), Silvana Mangano ed Eleonora Rossi Drago (tutte, poi, stelle brillanti degli anni Cinquanta), accede subito al cinema di prima fascia. La prima apparizione in Non c’è pace tra gli ulivi, spettacolare western sociale brechtiano-cociaro di Giuseppe De Santis, contadina del popolo che esplode in una erotica esibizione di saltarello.

Dai braccianti all’alta borghesia: qualche mese dopo, ancora diciannovenne, è già una signora dei piani alti, moglie fedifraga pronta a far fuori il ricco marito per vivere la passione con Massimo Girotti. Cronaca di un amore è l’opera prima di Michelangelo Antonioni, che la richiama tre anni dopo per il tuttora contemporaneo La signora senza camelie, dopo il ritiro della prescelta Gina Lollobrigida (pare si fosse riconosciuta troppo nella parte: parabola di un’ex commessa diventa starlette grazie al matrimonio con un produttore alla ricerca di legittimazione artistica).

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Al contrario delle sue colleghe del periodo, Bosè appare la più disponibile a ripensare la propria immagine. È credibile, l’abbiamo visto, come mezzadra (nell’esordio di Citto Maselli, Gli sbandati, è un’operaia dal tragico destino) e benestante, attricetta ambiziosa senza camelie e vitale proletaria (le due commedie rosa per Luciano Emmer: Parigi è sempre Parigi e Le ragazze di Piazza di Spagna), aspirante dattilografa nel capolavoro Roma, ore 11 e sposina triste nell’episodio Marsina stretta del pirandelliano Questa è la vita.

Mai attrice eccelsa: ma che carisma, che volto, che fascino! Una faccia italiana ma dai tratti meno “identitari” rispetto a una Sophia Loren, per esempio, più affine per finezza e distacco a una Mangano. Si sposa con il torero Luis Miguel Dominguín e con lui forma una coppia reale, ha tempo per lavorare con due maestri come Luis Buñuel in Gli amanti di domani e Jean Cocteau in Il testamento di Orfeo e si ritira: vive in Spagna, cresce i figli, la vita prevale sul cinema, la felicità, pure.

Il torero la riempie di corna e lei lo lascia. Nel 1968 torna a recitare, un anno dopo è in Italia con i giovani fratelli Taviani nell’allegorico Sotto il segno dello scorpione e quindi ancora con un maestro: Federico Fellini la vuole come memorabile matrona suicida nel Satyricon. Ottiene la prima candidatura ai Nastri d’Argento: doppierà l’anno dopo grazie a Metello di Mauro Bolognini, dov’è l’amante matura del protagonista.

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Ma è negli anni Settanta, forse galvanizzata dal nuovo corso della carriera, che si misura con nuovi autori, ruoli inconsueti, produzioni indipendenti. Piace ricordare il maledetto Arcana di Giulio Questi, in cui dà vita a una vedova spiritista, maga dell’occulto, presenza nera, angelo della morte. E nello straculto Le vergini cavalcano all’alba è un’aristocratica che sgozza vergini. Parteciperà ancora a qualche film, occasionalmente e senza troppe pretese, portando l’allure divistico di una donna che ha privilegiato la vita alla carriera. Bella siempre.

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