Ci sono film italiani che nessuno si fila: è il caso di riscoprirli – 3

Il cinema italiano è, per molti, un territorio se non segreto almeno misterioso. Perché, d’accordo, tutti – si spera – conosciamo i grandi autori, i capolavori riconosciuti, i classici intramontabili. Ma c’è una zona oscura, che non è quella dei b-movie o degli stracult ampiamente riconsiderati: è quella dei film generalmente definiti medi, quelli arrivati troppo presto, i sottovalutati, i dimenticati. Questa è la terza puntata di una rubrica in cui ne metto in tavola dieci.

In questa puntata, riscopriamo Baldi, Bolognini, Capuano, De Filippo, Farina, Gallone, Mastrocinque, Piscicelli, Risi (figlio), Soldati.

 

Aida (Carmine Gallone, 1953)

Rispolveriamo l’antico genere del film-opera, oggi tornato in auge nelle uscite-evento ma senza il fascino di quella stagione praticamente irripetibile. Cinema popolare ai massimi livelli: un film pazzo e squinternato, assolutamente incredibile (in maniera letterale: non credibile e come-diavolo-gli-è-venuto-in-mente) e pensato per il consumo di un pubblico desideroso di impressionarsi per la cura scenografica, i grandi sentimenti, la bellezza degli interpreti, le voci dei cantanti prestate per l’occasione. E naturalmente le musiche di Verdi. C’è Sophia Loren nel suo tirocinio divistico: tutta tinta di marrone fa un po’ ridere ma la stoffa si vede, la convinzione pure.

Perché vederlo: condensato del capolavoro musicale completamente datato e perciò divertente, è un viaggio nel mondo perduto del cinema popolare

 

Colpo di fulmine (Marco Risi, 1985)

Storia circolare. Tutto, infine, torna. Il pezzo mancante torna al suo posto. È una delle quattro tavole, la terza, di una riproduzione domestica di Ritratto di un artista di David Hockney. Dovrebbe esserci chiaro sin dall’inizio: quel vuoto ha bisogno di essere riempito, ogni cosa deve tornare al posto d’origine. Ma, per il momento, l’amore pare essere finito, la convivenza pure, e l’opera resta, così, tristemente incompleta. E incompleto è anche Jerry Calà, il protagonista. Con quanta grazia inquietante Risi tratta un tema oggi del tutto inaccessibile. Quale? L’amore tra un adulto e una bambina. Nel tono garbato, trionfa il perturbante, in un gioco tra infantilizzazione di lui e adultizzazione di lei davvero spericolato.

Perché vederlo: una commedia sentimentale che, letta da un’altra prospettiva, può essere un dramma romantico, un oggetto infiammabile da maneggiare con cura

 

Condominio (Felice Farina, 1991)

Un apologo sulla ricerca della solidarietà, una specie di parabola ai margini della metropoli in cui si tenta di trovare il significato di parole (tolleranza, concordia, partecipazione) che sembrano (o sono) smarrite dal linguaggio comune della nostra quotidianità. E, in ultimo, è un film in cui non accade pressoché nulla (l’evento più destabilizzante è la votazione per l’installazione dei citofoni) e che racconta con efficacia la quotidianità di coloro che non salteranno mai agli onori della cronaca, nonostante la televisione si interessi alle vite (sensazionali) delle persone normali. Un film fatto di persone normali, appunto, con problemi normali, in situazioni normali.

Perché vederlo: il più fortunato dei film del trascurato Farina, un’agrodolce e amarognola commedia corale con attori in gran spolvero: Carlo Delle Piane, Ciccio Ingrassia, Ottavia Piccolo su tutti

 

La donna è una cosa meravigliosa (Mauro Bolognini, 1964)

Incredibili le zone d’ombre della filmografia di questo regista spesso comodamente inserito nel novero degli illustratori. All’apparenza sembra l’ennesima antologia del periodo, con un titolo nemmeno troppo accattivante. Eppure, malgrado i tagli delle versioni in circolazione (mancano gli intermezzi animati di Pino Zac e , bastano due minuti per scoprire un mondo. Nel primo episodio (da Goffredo Parise), Freaks incontra Fellini: un nano inetto architetta la morte della moglie donna cannone per fuggire con la cinica amante. Nel secondo, la svalvolata Sandra Milo sfoga l’istinto materno sul povero marito Vittorio Caprioli. Follie e gelosie, perversioni e Grand Guignol, probabile misoginia e spirito antiborghese.

Perché vederlo: una bomba nascosta nel terreno della commedia all’italiana e che esplode nelle mani dello spettatore, una doppia mina nera e grottesca, inattesa e spiazzante per ferocia e crudeltà

La donna è una cosa meravigliosa - Film (1964)

 

Malombra (Mario Soldati, 1942)

Quanto è esplosiva natura tetra finanche feroce di quello che è forse il film più spudoratamente, violentemente melodrammatico di un autore molto intrigante per la brevità e l’intensità del suo operato dietro la macchina da presa. Sempre relegato nel novero dei calligrafici, dimostra qui il proprio cuore nero, la malsana e perversa dimensione di un cinema per pigrizia definito illustrativo e che in realtà fingeva di fuggire altrove: dal gotico all’horror senza mai dimenticare la pulsione erotica e romantica degli amori impossibili. Lugubre e lacustre, vi si può leggere al meglio la fin du monde del regime e la guerra incipiente: un film di fantasmi e di morti che non muoiono mai, stilisticamente audace e dall’estetica abbacinante.

Perché vederlo: quintessenza del film maledetto pre-guerra, magnificamente segnato dal rapporto conflittuale tra Isa Miranda e Sodati, che avrebbe voluto Alida Vali

 

Marito e moglie (Eduardo De Filippo, 1952)

Movie-movie nato quasi per caso, capolavoro della carriera cinematografica del grande drammaturgo Il primo episodio è tratto da Guy de Maupassant: un uomo costretto a letto per una paralisi alle gambe e la megera moglie che lo costringe a covare uova. Spunto assolutamente folle, perfino coraggioso non solo per la crudeltà del soggetto ma anche per il modo spietato con cui viene raccontato un matrimonio terribile, con dinamiche alla Baby JaneMisery non deve morire La guerra dei Roses. Davvero un ufo per il cinema italiano, qualcosa di inaudito di cui forse lo stesso Eduardo non era consapevole. Più mite ma solo in apparenza il secondo capitolo, quasi un palinsesto di Sabato, domenica e lunedì.

Perché vederlo: un dittico che rivela un regista sommo, soprattutto per la ferocia di uno sguardo che non si accontenta dell’ovvio, costeggia la follia e affronta di petto il versante oscuro del disincanto

 

Polvere di Napoli (Antonio Capuano, 1998)

Nella wave napoletana, Capuano è tra i registi che – al pari del coevo Piscicelli – ha saputo lasciare un’impronta così determinante da risultare paradossalmente poco celebrata. Eppure da Capuano, eccentrico come pochi e sempre coerente (dal realismo di Vito e gli altri alla pazzia di Achille Tarallo passando per la tragedia Luna rossa) si emana parte dello sguardo di Paolo Sorrentino, qui co-sceneggiatore. Cinque episodi, pezzi gloriosamente sospesi tra orrore e folklore, con uomini sublimati in maiali e kitsch incombente. Facce e spazi: partite a carte che durano da L’oro di Napoli, shooting matrimoniali sulle terrazze, duelli tra le rovine di Pompei, madri castranti, re per una notte verso Tony Pisapia.

Perché vederlo: verso la fine del Rinascimento partenopeo del sindaco Bassolino, un’ode alla decadenza dello spirito della città, nella forma di una corale sopra le righe eppure mai eccedente né eccessiva, vitale quanto mortifera

POLVERE DI NAPOLI - Film (1998)

 

Quel fantasma di mio marito (Camillo Mastrocinque, 1950)

Ritenuto disperso per decenni e infine riemerso e riportato all’antico – forse mai del tutto goduto – splendore, è una commedia stratificata. Popolare: diretta da uno dei più validi professionisti del botteghino, è una sorta di screwball che guarda a René Clair. Elegante: una messinscena impeccabile, perfino sottotraccia, con geometrie moderniste che costruiscono lo spazio per dare al finto fantasy uno spirito fatato, in equilibrio tra esotismi da fumetto e benessere industriale. Surreale: è la storia di una finta morte, architettata da una coppia piccolo-borghese per ottenere benefici professionali e sociali, svolta con una leggerezza rara e funzionale all’eccentricità della vicenda.

Perché vederlo: non fosse che per l’anomalia e la rarità, è una commedia rosa spiritosa, divertente, apparentemente così poco italiana. C’è un Walter Chiari giovanissimo, bellissimo, bravissimo (e doppiatissimo)

I Film Evento del Mercoledì: "Quel fantasma di mio marito ...

 

L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale (Gian Vittorio Baldi, 1975)

Tra i film che parlando della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, quello dell’indipendente Baldi è tra i meno conosciuti e i più importanti. Storia di un massacro inventato eppure realistico, si concentra sui due lati della barricata: da una parte, i repubblichini – così poco rappresentati al cinema – dominati dalla ferocia, dalla crudeltà, dalla cieca appartenenza alla religione della morte; dall’altra, il popolo, rappresentato da alcuni giovani il cui quotidiano bellico (siamo su una corriera) è devastato dall’incontro con i bestiali fascisti. Secco, essenziale, asciutto, straziante nel suo non-far vedere il visibile dell’orrore, un film partigiano e ribelle, forte perché narrazione di un evento mai avvenuto e perciò sintesi di una barbarie.

Perché vederlo: non fosse che per riscoprire un regista periferico e autonomo rispetto al sistema, è una delle pagine più antiretoriche del nostro cinema resistenziale, davvero per non dimenticare

L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale - Archivio ...

 

Vita segreta di Maria Capasso (Salvatore Piscicelli, 2019)

Il più recente del mazzo e nondimeno da celebrare. Come una meteora, il defilato e poco fortunato Piscicelli riappare con un film piccolo eppure enorme, che sin dai titoli di testa su Splendido splendente rivendica un’adesione al popolare certo non accostabile all’ormai consueto furbo saccheggio del canzoniere italiano né catalogabile come gesto ammiccante di un autore che cerca il favore del pubblico. Noir luminoso e mélo spudorato, con momenti che nelle mani di registi meno consapevoli delle conseguenze del peccato e della vergogna sarebbero stati facili scult ai limiti del kitsch. E una maestosa Luisa Ranieri.

Perché vederlo: ultima (per ora) testimonianza di un talento travolgente, da quarant’anni (il debutto è il bruno e maledetto Immacolata e Concetta, l’altra gelosia) si dedica all’esplorazione del singolare femminile

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