Recensione: Argo

ARGO (U.S.A., 2012) di Ben Affleck, con Ben Affleck, John Goodman, Alan Arkin, Bryan Cranston, Victor Garber, Michael Cassidy, Christopher Denham, Tate Donovan, Kyle Chandler. Storico thriller. ***

È un ammirevole esemplare di redenzione, Ben Affleck, che al terzo film da regista si conferma simile ideologicamente a George Clooney – non a caso qui produttore – per l’adesione nostalgica al cinema new hollywoodiana, pur con una maggiore attenzione allo spirito action come emerge da Gone Baby Gone e The Town. Naturalmente questa tensione verso il passato è una gabbia, sebbene molto accogliente, che induce a seguire stilemi e codici di un cinema comunque retrò.

In fondo, da novello Warren Beatty (altro divo tanto bello quanto intelligente nel sottrarsi in scena), cosa fa Affleck con Argo? Torna all’ultimo anno della presidenza di Carter, speranzosa e confusa parentesi tra la paranoia di Nixon e il rampantismo di Reagan, e, servendosi di un episodio nell’ambito della crisi degli ostaggi conseguente alla rivoluzione iraniana, coglie l’occasione sia per comporre un nuovo tassello della narrazione obamiana sia per riannodare i fili di una memoria culturale che passa attraverso il cinema.

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Da una parte celebra lo spirito americano nel gestire situazioni complicate in terra straniera e la sua capacità di riportare a casa i propri ragazzi. Una dinamica, quest’ultima, tipica del cinema americano di questi ultimi anni, che si preoccupa costantemente di strappare via coloro che sono implicati in una guerra ingiusta per definizione. L’operazione Canadian Caper è, in questo senso, emblematica perché fondata su un’alleanza tra due democrazie (Stati Uniti e Canada) e su un’intuizione a suo modo geniale.

Che è il cinema come macchina che produce finzione. Dall’altra parte, infatti, Argo provvede a compiere un omaggio allo storytelling (creare un film-copertura per il salvataggio degli ostaggi), all’arte del trucco (il coinvolgimento di John Chambers, make-up artist già collaboratore della Cia: mastodontico John Goodman), alle mille risorse dei produttori più scaltri (Lester Siegel, ispirato ai magnati ebrei hollywoodiani: fantastico Alan Arkin), al cinema che letteralmente salva le vite. Formalmente un film controllatissimo, lucidamente nostalgico, montato splendidamente da William Goldenberg. Magari un po’ troppo pieno.

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