Dispacci dalla sala (1) | A Chiara; La scuola cattolica; L’uomo che vendette la sua pelle; The Italian Banker

A CHIARA di Jonas Carpignano. ★★★★

La chiusura della trilogia di Gioia Tauro è un passo in avanti dopo A Ciambra nel percorso di un regista che fa mondo a sé, un autore che sa dialogare con la complessità del presente, che conosce una lingua comprensibile a tutto il mondo, che sa elevare la tipicità italiana emancipandosi dai limiti di un cinema spesso asfittico. Un racconto di formazione al crocevia di una rivelazione che segna una vita: tutto avviene nell’arco di un tempo compreso tra due feste, l’una come un idillio a suggellare un equilibrio inattaccabile e l’altra a testimoniare la possibilità di una rinascita. Si può essere altri, si può fare altro. Film di osservazione che sublima la realtà nella finzione, che spinge il dato oggettivo verso una matura e confortante empatia, ennesimo e salvifico superamento di un neorealismo che è qualità nazionale, un’immersione nella notte della coscienza per vedere la luce in fondo al nascondiglio. Magnifica protagonista, Swamy Rotolo è una presenza rivoluzionaria: si brinda a lei, a Chiara, e al futuro che si merita.

Jonas Carpignano: «A Chiara, il mio sguardo intimo sulla 'Ndrangheta»

LA SCUOLA CATTOLICA di Stefano Mordini. ★★

Da grandi libri derivano grandi responsabilità. Che però Stefano Mordini, sempre più professionista al servizio del progetto produttivo (Warnet) che autore interessato a offrire una visione, sembra non volersi prendere fino in fondo. Ed è assurdo che da uno dei testi italiani più importanti e decisivi degli ultimi decenni – il poderoso romanzo-memoir-saggio di Edoardo Albinati, stregato – si sia ricavato un film così squilibrato nella tessitura (prima parte che affila disfunzioni borghesi derivate dall’educazione cattolica, seconda con effetti di quel modello socio-culturale; entrambe tenute insieme da una voce narrante che è scorciatoia didascalica e non chiave d’accesso alla comprensione dall’interno) e impacciato nella resa (personaggi costretti a incarnare funzioni, facili morbosità mascherate, sguardo più mediocre che medio). Non del tutto disprezzabile (il tema della paura del sesso con l’incapacità di esercitare un erotismo sano), tutto sommato scorrevole, ma non aggiunge niente a ciò che sappiamo, non offre una prospettiva, si nasconde nella scelta di campo di essere illustrativo e non illuminante. Naturalmente ridicolo il divieto ai minori di 18 anni, non fosse altro che la motivazione adduce all’equiparazione di Gesù e dei suoi aguzzini: è il pezzo più intelligente e perturbante di un film che non vibra.

Vietato ai minori di 18 anni “La scuola cattolica, il film sul delitto del  Circeo. Il regista: «Incomprensibile censura»

L’UOMO CHE VENDETTE LA SUA PELLE di Kaouther Ben Hania. ★★

Candidato all’Oscar per il miglior film internazionale: una conferma della miopia americana nel definire il suo panorama del cinema non anglofono. Come in The Square, l’arte contemporanea si fa terreno dove interrogare i limiti del nostro sguardo, le contraddizioni della società delle immagini, la performance come domanda e non risposta. L’origine afferisce al reale (la collaborazione cannibale tra l’artista belga Wim Delvoye e Tim Steiner, pezzo di carne ridotto o elevato a opera d’arte permanente) e la regista lo incrocia con gli esodi: un rifugiato siriano diventa arte, cioè merce, e perciò ottiene un visto, potendo così circolare liberamente. Lo spunto c’è ma il giochino si svela presto, peraltro in una confezione pseudop-arty un bel po’ stucchevole, buttandola furbescamente in caciara con ammiccamenti al pubblico colto e agli spettatori più suggestionabili. Ha funzionato, ovviamente.

L'uomo che vendette la sua pelle: una controversa storia di libertà, amore  e arte

THE ITALIAN BANKER di Alessandro Rossetto. ★★ ½

Produzione pressoché indipendente dove le idee appaiono più forti dei mezzi, è la trasposizione dello spettacolo Una banca popolare di Romolo Bugaro. Evidente l’origine teatrale, perfino rivendicata (il cast è lo stesso), con la scelta del bianco e nero a stilizzare una straniante “notte del giudizio” abitata da corpi ridotti a spettri. Ambizione antropologica, dimensione metaforica sottolineata dall’unico spazio, una grande villa palladiana che è simbolo dell’identità veneta, due atti ben definiti (il primo con le parole delle vittime e il secondo con l’autodifesa del banchiere): il rischio manicheo è dietro l’angolo, il confine tra pietà è pietismo è sottile e la restituzione della materia finanziaria si scontra con la difficoltà di un pubblico spesso privo degli strumenti necessari. Ma la sintesi è efficace nel mettere in scena i rapporti di forza, l’impatto della crisi, i meccanismi del potere, complicità e connivenze tra il potere che ha elargito e coloro che hanno ricevuto senza farsi domande. A ritmo di cumbia.

The Italian Banker - Cinematografo

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