Dispacci (5) | La scelta di Anne; Il bambino nascosto; I Molti Santi del New Jersey; Antigone; Yaya e Lennie

LA SCELTA DI ANNE – L’ÉVÉNEMENT di Audrey Diwan. ★★★

IN SALA. Leone d’Oro a Venezia: una scelta che restituisce al cinema densità politica e che, attraverso una storia personale capace di farsi collettiva, rivendica il diritto alla scelta. Prima di essere un buon film, è soprattutto una voce che si impone in un’Europa attraversata dal rigurgito antiabortista. Indicativo che la Francia non l’abbia scelto per la corsa all’Oscar (ha preferito il tronfio Titane). Ineccepibile il titolo italiano, peccato che il romanzo di Annie Ernaux all’origine sia stato tradotto anche da noi con il letterale L’evento. Perché la forza del film di Diwan, ostico finché si vuole e perfino respingente, sta proprio nel sottolineare quanto sia la storia di un accadimento in grado di segnare un’intera vita. Ambientato nella Francia dei primi anni Sessanta, il film monta la tensione sulle onde misteriose di un dialogo intimo con l’istintiva protagonista (la folgorante Anamaria Vartolomei), e tocca vette vertiginose dalla visita a casa dell’ostetrica clandestina (inquietantissima Anna Mouglalis) al finale spiazzante nella sua brutalità. Forse più importante che straordinario, ha dalla sua precisione circostanziata e consapevolezza degli obiettivi.

La scelta di Anne', il diritto di decidere che ha salvato le donne dalla  solitudine - la Repubblica

IL BAMBINO NASCOSTO di Roberto Andò. ★★★ ½

IN SALA. È indiscutibilmente un cinema borghese, quello dell’aristocratico siciliano Andò, un intellettuale che si porta dentro la malinconia, il rimpianto, la decadenza della sua terra. Non so bene a chi possa parlare, oggi, questo tipo di film, elegante e curato, ma so di chi parla: di una città, Napoli, emancipata dalla sua narrazione incardinata su una autoreferenziale celebrazione, plumbea quintessenza dell’“armonia perduta” di Raffaele La Capria. Un’ineluttabilità racchiusa in un vecchio palazzo dove convivono, sfiorandosi, un colto e misantropo maestro di pianoforte (Silvio Orlando gigantesco) e una famiglia della camorra. Il maestro si ritrova in casa un bambino, in fuga da qualcosa, forse dal destino: che fare? È la storia dell’incontro di due solitudini tenute ai margini, che dalla diffidenza reciproca incrociata con il mutuo soccorso si evolve nell’introduzione a un lessico emotivo ignoto al piccolo e che l’adulto può tramandare trovando in quel “figlio” mancato la possibilità di togliere il cuore dall’inverno. Nessuna morbosità, tanta empatia, si muove sul filo di un equilibrio a tratti struggente. Valori di produzione d’alta scuola.

Watch «Il bambino nascosto» di Roberto Andò, la clip in anteprima | Vanity  Fair Italia

I MOLTI SANTI DEL NEW JERSEY di Alan Taylor. ★★ ½

IN SALA. Il tema del film è l’educazione di Tony Soprano (Michael Gandolfini, figlio del compianto James: il brivido c’è). E quindi la costruzione di un personaggio che sappiamo già essere destinato a una tormentata complessità, con il rapporto con i genitori (madre anaffettiva e padre autoritario) il suo collocamento nel mondo criminale. La centralità narrativa è occupata da Dickie Moltisanti, zio e mentore di Tony (grande occasione per Alessandro Nivola): è lui l’epicentro familiare, melodrammatico (la relazione con l’amante), socio-culturale (la rivalità con l’ex amico afroamericano), tematico (la psicanalisi embrionale con lo zio ritrovato, il magnifico Ray Liotta che interpreta anche il padre di Dickie). Tony configura il proprio racconto di formazione attraverso la rievocazione di Dickie, ma in fondo è ridotto a comprimario di un affresco interessato soprattutto al percorso umano del mentore. Quei bravi ragazzi è una reference esplicita nel pensiero di Chase ma che non è alla portata del regista. Piacevole, gli manca uno sguardo, e va bene, gli manca la verve, e non va bene.

I Molti Santi del New Jersey, la recensione

ANTIGONE di Sophie Deraspe. ★★★ ½

IN SALA. Il classico è tale perché agisce dentro la contemporaneità, continuando a trasmettere il proprio messaggio a prescindere dalle contingenze temporali. Rivisitazione della tragedia di Sofocle nell’orizzonte ribollente del Canada d’oggi (emblema dell’Occidente), con i personaggi che mantengono l’onomastica e la missione nel testo (i protagonisti sono emigrati algerini a Montreal dopo l’assassinio dei genitori), è un film straniante e affascinante, dall’immagine nitida e lo spirito di frontiera, che si misura con un coacervo di lingue e cultura, le contraddizioni dell’integrazione, il senso profondo della cittadinanza. Trionfa la statura morale di Antigone, eroina del dissenso, studentessa modello che incarna l’unione familiare in pericolo, investe se stessa e il proprio corpo in una battaglia morale in cui è la legge del sangue e del cuore a prevalere sulla giurisprudenza, con l’ostinazione di chi esercita e protegge un amore assoluto e totale.

Antigone (2019) di Sophie Deraspe - Recensione | Quinlan.it

YAYA E LENNIE – THE WALKING LIBERTY di Alessandro Rak. ★★★

IN SALA. Ancora Napoli, ancora armonie perdute. Ritorno della Mad Entertainment, la benemerita factory de L’arte della felicità e Gatta Cenerentola, questa distopia che si straglia tra le macerie e la rivoluzione, il futuro e la memoria, esplora, rinnova, interpreta in senso postmoderno il carattere partenopeo, facendolo riappropriare del mondo a partire dalla prospettiva di un popolo e di una cultura locale e insieme globale. Napoli si fa reperto, tatuaggio, ricordo, lingua, la voce di Lina Sastri, antica e ancestrale. Alla ricerca di un posto in cui stare, Yaya, indomita e spiccia, e Lennie, gigante buono con un ritardo mentale, devono fare i conti con un paesaggio post-apocalittico, una giungla che con le sue felci riveste tutta la terra. Cinema politico, in cui la fantascienza si intreccia temi fantapolitici e ambientalisti, rinnova la fiducia nell’animazione come dispositivo per reinventare sguardi e ricostruire mondi.

Yaya e Lennie – The Walking Liberty - Cinematografo

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