un altro sessantotto – 5 | Grazie zia | Salvatore Samperi (1968)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

Forse in questo piccolo atlante alternativo del Sessantotto il profilo di Salvatore Samperi è quello meno trasversale, essendo il regista un esplicito, chiaro, limpido prodotto di questa stagione contestataria. Al contempo, pare che Samperi sia stato via via trascurato col passare del tempo, sotterrato dalla fame delle sue popolari commedie erotiche degli anni settanta e un po’ relegato ad una lettura pigra.

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Probabilmente è un’impressione personale ma credo che Samperi meriti, al netto di tutto, un posto di riguardo nel racconto del cinema italiano, personaggio importante per capire una transizione dirompente e la sua relativa istituzionalizzazione, sia per la sua capacità di sovvertire le regole della cultura ufficiale anche nei risultati meno brillanti sia per la centralità del voyeurismo e dell’atto ossessivo del guardare.

In questo senso, Samperi è davvero il regista del Sessantotto che meglio ha saputo interpretare la scoperta dell’innocenza perduta attraverso il sesso, innescando nella narrazione del ceto sociale di riferimento quei caratteri malsani o incontrollabili che espandono sul versante erotico il testo fondativo di Marco Bellocchio e acuiscono di morbosità i tormenti provinciali dei borghe di Bernardo Bertolucci.

Samperi, insomma, è il regista che svela quanto il desiderio possa dilaniare le certezze della borghesia, adottando una visione meno lirica di altri registi borghesi come Valerio Zurlini e Mauro Bolognini, ma in fondo anche rispetto al maestro Luchino Visconti. Lo scarto è nella commedia, che nel regista veneto è componente indispensabile: e, di fatto, Grazie zia, il suo esordio, è una commedia. A suo modo, ma lo è.

Non una commedia all’italiana, ecco. Ne racconta un mondo analogo ma parallelo: in un Veneto affiancato a quello di Signore & signori, borghesi colti, benestanti, isolati dalla città, ombelicali, figurine (il giornalista, il medico, la cantante, il cumenda, la mantenuta…) che si riuniscono attorno a tavole da pranzo lontane tanto dai fermenti della piazza (benché i ragazzi non siano ancora scesi in piazza) quanto dagli orrori della Storia che procede nonostante noi (la guerra in Vietnam).

Al centro della scena c’è Alvise, rampollo di una famiglia industriale che, non volendo assumersi la responsabilità dovute al suo ruolo sociale, decide di fingersi paralitico. “Fa il pazzo per non andare in guerra”, subisce gli elettroshock e quando i genitori partono per un viaggio in Oriente – noncuranti della tragedia vietnamita, turisti attratti dall’esotico e ostili all’impegno – viene affidato alle cure di una zia medico.

Zia Lea è figlia del suo tempo: ha poco più di trent’anni ma si sente un po’ superata, coltiva una relazione amorosa con un giornalista di sinistra da parecchio senza arrivare mai all’altare, lavora per essere autonoma e però ha bisogno di un più stabile menage forse matrimoniale, ama la sua grande villa per quanto si senta sola… Alvise rappresenta inevitabilmente una rottura, e non solo per i suoi comportamenti apparentemente schizofrenici che mettono in imbarazzo tutti.

Grazie a lui, Lea esplode e trova un senso alla sua latente insoddisfazione. Grazia a lei, Alvise trova la pace. La guerra lontana si proietta nel disastro di un ceto sociale in crisi irreversibile, coinvolto in una vertigine autodistruttiva che nel sesso individua la danza di morte. Il pollo alla brace evocato dalle inquietanti voci infantili si fa simbolo di una filastrocca nera sull’autoreferenzialità e l’indifferenza verso le grandi tragedie del mondo.

Ennio Morricone ci mette del suo, liberissimo come in tutte quelle occasioni in cui riesce a lavorare su un tema specifico senza eccedere o andare di maniera, intuendo quanto la musica fosse portante in un film sì architettato dal ritmo sincopato del montaggio di Silvano Agosti ma altrettanto bisognoso di trasmettere il senso dell’ossessione attraverso un sapiente dosaggio delle note, con Sergio Endrigo nel suo momento di gloria impegnato a cantare l’impegno di chi non volta la testa altrove (Filastrocca vietnamita).

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Girato con due lire – sostanzialmente dichiarate dai ringraziamenti sui titoli di testa alle famiglie che hanno fornito le location – dallo spericolato produttore Enzo Doria, non so se oggi Grazie zia riesca del tutto ad emanciparsi dalla dimensione para-derivativa de I pugni in tasca, certo un capolavoro ma che ha goduto di una maggiore fama critica e di un costante ricambio generazionale nella fruizione.

Sarà per la presenza di Lou Castel, simbolo dell’epoca, talmente aderente al ruolo da essere viepiù fin troppo conforme al killer dell’opera prima di Bellocchio. Resta, però, un film fondamentale per capire il suo tempo, un ilare ed angosciante balletto macabro e sadomasochista dominato dal corpo florido della Lisa Gastoni più iconica di sempre, da quel momento abbonata alla parte di voluttuosa proto-milf (L’amica, Amore amaro, Scandalo) ma qui davvero indimenticabile.

GRAZIE ZIA (Italia, 1968) di Salvatore Samperi, con Lou Castel, Lisa Gastoni, Gabriele Ferzetti, Luisa De Santis, Massimo Sarchielli. Commedia erotica. ***

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