Sangue del mio sangue | Recensione

SANGUE DEL MIO SANGUE (Italia, 2015) di Marco Bellocchio, con Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Herlitzka, Lidya Liberman, Alba Rohrwacher, Toni Bertorelli. Drammatico. ***

Bobbio è il mondo, o almeno così crede il Conte, la presenza-assenza che domina il comune nell’oscurità delle antiche prigioni, ove secoli orsono una monaca fu murata perché considerata indemoniata dall’inquisizione dominante. Come tutto il cinema di Marco Bellocchio, Sangue del mio sangue è prima di tutto una riflessione sul potere in tutte le sue possibili declinazioni.

Al netto dell’ironia persistente tanto nel ridicolo con cui osserva i religiosi quanto nell’atmosfera vagamente allegorica del “comitato ristretto” dei notabili cittadini, il film si fa forte della sua struttura narrativa apparentemente (e beffardamente) limpida per muoversi liberamente in un magnifico gioco di analogie ed eterni ritorni.

E così il rapporto tra contestazione e reazione, che è un po’ uno dei fulcri del cinema bellocchiano, passa quasi in secondo piano di fronte all’urgenza, o per meglio dire l’istinto, di un film così libero da risultare perfino anarchico. Perché certo, le due parti che lo compongono, naturalmente, non sono affatto distinte, ma per motivi che non appartengono alla convenzionalità di un ragionamento su quanto presente ci sia nel passato e viceversa.

C’è un discorso che riguarda il sangue del titolo, quasi mai esposto direttamente ma evocato ovunque: il legame di sangue tra il gemello suicida e quello vendicativo (evidente, doloroso riferimento autobiografico e spia di un altro tema del film: il doppio, lo specchio), il richiamo del sangue come metafora del sesso, il bisogno di sangue dell’ultimo vampiro (uno dei titoli di lavorazione assieme a La monaca di Bobbio) che non sa rinunciare a non-esistere nel borgo natio.

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Il sangue che scorre alla maniera del terso Trebbia, ma invisibile come vorrebbe essere il Conte, che non vuole – perché non sa – vivere la contemporaneità: è proibito fermare il tempo, l’ammonisce il prete moderno.

Film intimo e personale ma filtrato e mediato,  quasi sovversivo nell’esercizio di uno sperimentalismo mai esibito o vacuo, abitato e forgiato da presenze familiari: mi piace citare Pier Giorgio Bellocchio finalmente compiuto, ma è necessario celebrare, in un ruolo iconico, lo stratosferico Roberto Herlitzka (e il già acclamato dialogo col dentista Toni Bertorelli). A quasi settantasei anni, Marco Bellocchio resta il più interessante, problematico, importante autore italiano.

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