I 25 migliori film tratti da romanzi italiani / prima puntata

  1. MALOMBRA, dal romanzo omonimo di Antonio Fogazzaro (1881), regia di Mario Soldati (1942)

Dopo Piccolo mondo antico, piccolo capolavoro di equilibrismo tra la sensibile adesione al romanzo e le sottili allusioni alla situazione politica contemporanea, Soldati decise di affrontare un altro testo di Fogazzaro, Malombra, con l’obiettivo di lavorare di nuovo con Alida Valli, della quale peraltro si era anche innamorato – e noi lo capiamo benissimo. Per motivi contrattuali, dovette rinunciare alla diva in favore della più matura Isa Miranda: e si sente tutta la mancata corrispondenza amorosa tra il regista e l’attrice… continua a leggere

2. IL DELITTO DI GIOVANNI EPISCOPO, dal romanzo Giovanni Episcopo di Gabriele D’Annunzio (1892), regia di Alberto Lattuada (1947)

Star negli anni ruggenti del muto, D’Annunzio è stato del tutto trascurato come fonte letteraria (ma la sua vita ha attratto Sergio Nasca e ora Gianluca Jodice). Qui Lattuada fa una doppia operazione: da una parte relaizza un tipico e distinto prodotto calligrafico del dopoguerra almeno formalmente, tale è la cura della messinscena, l’apporto prezioso di collaboratori d’alta scuola e la narrazione popolare; dall’altra offre una lettura inconsueta del testo dannunziano… continua a leggere

3. SENSO, dalla novella omonima di Camillo Boito (1883), regia di Luchino Visconti (1954)

Dopo aver adattato il capolavoro di Giovanni Verga, I malavoglia, in quello che resta il suo film più sfortunato, ancestrale, perfino misterioso e a tratti arcano, La terra trema (primo episodio di una saga rimasta incompleta), Visconti prende in mano la novella risorgimentale e la piega al suo progetto: ne dilata lo spazio e il tempo, complica i fatti per far leggere la narrazione alla luce del dopoguerra, traslittera il naturalismo in un romanticismo disperato e struggente che infrange le convenzioni neorealiste e abbraccia lo spettacolo popolare. Traduce e tradisce, restituendo il mondo perduto che fa parte del passato del regista.

4. LE AMICHE, dal racconto Tra donne sole di Cesare Pavese (1949), regia di Michelangelo Antonioni (1955)

Rara trasposizione di un testo di Pavese, il racconto pubblicato in un trittico insieme a La bella estate e Il diavolo sulla collina rivive nella rilettura di Antonioni, che riscrisse la storia con Suso Cecchi D’Amico e Alba de Céspedes. Nel passaggio da carta a pellicola restano l’impietosa critica nei confronti di un ceto borghese e della sua mancanza d’ossigeno spirituale, l’impianto lirico capace di dare consistenza al dramma senza la retorica del lirismo, l’attenzione al femminile modulata su un nervosismo tellurico, l’equilibrio tra narrazione melodrammatica e sguardo saggistico in grado di trasmettere il senso di un contesto sociale. A differenza dello scrittore, il regista cerca di aprire la porta per una flebile speranza: sarà praticamente l’ultima volta nella carriera.

5. UN MALEDETTO IMBROGLIO, dal romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda (1957), regia di Pietro Germi (1959)

Tra i più rocamboleschi adattamenti letterari italiani, operazione che in tutto e per tutto dimostra quando il servizio migliore che un film può fare a un testo è tradirlo. Alle prese con un romanzo che è il manifesto di un modo diverso di concepire la letteratura, un caposaldo della nostra storia per la reinvenzione del linguaggio e il pastiche con cui articola una trama volutamente impossibile da sbrogliare, Germi ribalta il tavolo e mette ordine al caos, calandosi non a caso nei panni dell’investigatore: da dentro e da fuori (ri)costruisce un intreccio, restituisce la linearità, abbraccia le regole del giallo e al contempo mantiene il fascino misterioso di un maledetto groviglio narrativo.

6. CRONACA FAMILIARE, dal romanzo omonimo di Vasco Pratolini (1947), regia di Valerio Zurlini (1962)

Scrittore di cui il cinema si è speso servito (da Cronache di poveri amanti a Metello) ma anche sceneggiatore (Rocco e i suoi fratelli), Pratolini ha trovato in Zurlini l’autore più in sintonia. Qui c’è una storia d’amore tra fratelli che dapprincipio si sono indifferenti e con il tempo, forse troppo tardi, recuperano un rapporto profondo. È un film di conoscenza, un racconto di formazione che non riguarda una sola persona, ma un legame, un luogo specifico (o una nuova entità, come si vuole) in cui due esseri si completano. Un incontro breve e tardivo che vale una vita. Un film lancinante… continua a leggere

7. IL GATTOPARDO, dal romanzo omonimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958), regia di Luchino Visconti (1963)

Nella mente di Goffredo Lombardo l’operazione nasce per essere il nostro Via col vento, perché, come il romanzone di Margareth Mitchell (sogno represso di Sergio Leone, che non amava l’adattamento cinematografico), il malinconico principe Tomasi di Lampedusa era riuscito a creare il romanzo di una nazione in cui tutti, dall’umile contadino al nobile decaduto potevano identificarsi o trovare qualcosa del proprio vissuto umano, politico e sociale, e anche i cattivi (gli usurpatori, i traditori e via dicendo) hanno il loro ruolo, sullo sfondo di un mondo in divenire che cambia i propri connotati per rimanere sempre uguale. Più che un romanzo è patrimonio nazionale, racconto sì storico ma anche inequivocabilmente romanzesco… continua a leggere

8. IL CONFORMISTA, dal romanzo omonimo di Alberto Moravia (1951), regia di Bernardo Bertolucci (1970)

Nella sterminata filmografia tratta dall’opera di Moravia (La ciociara, Gli indifferenti, La noia, Il disprezzo, La provinciale…), quello di Bertolucci non è solo l’adattamento forse più spiazzante e moderno, ma anche quello che giova del tempo che passa. Il ventinovenne regista ha la sfrontatezza di impossessarsi del testo con una padronanza dello stile e una consapevolezza del linguaggio davvero incredibili, immergendo lo spettatore in un viaggio nell’inconscio fascista – dunque italiano – che interroga il tempo contemporaneo attraverso la restituzione di un passato che sembra essere allo stesso tempo una minuziosa ricostruzione e una stilizzazione futuristica. Un capolavoro (anche teorico) la cui complessità ci appare oggi potentissima.

9. VENGA A PRENDERE IL CAFFÈ DA NOI…, dal romanzo La spartizione di Piero Chiara (1964), regia di Alberto Lattuada (1970)

Grande esperto di adattamenti (Bacchelli, Verga, Piovene, Machiavelli, Brancati senza dimenticare i russi Gogol, Puskin, Cechov), Lattuada battezza al cinema il prolifico Chiara, di lì in poi frequentato anche, tra gli altri, da Dino Risi (La stanza del vescovo) e Marco Vicario (Il cappotto di Astrakan). Dell’universo lacustre dello scrittore e dei suoi personaggi talmente bizzarri da trascendere l’astrazione per collocarsi nell’iconografia d’ogni luogo, il regista coglie la feroce ironia e al contempo l’affetto dell’accondiscendente uomo di mondo che non si è mai mosso dal lago, cavalca l’ossessione per il morboso e accarezza una nostalgia che ha a che fare con la consapevolezza che quel mondo lì stia svanendo nel tempo.

10. PROFUMO DI DONNA, dal romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino (1969), regia di Dino Risi (1974)

L’unico che poteva adattare il romanzo del dimenticato Arpino era Risi: una storia così amara e acida sembrava scritta per lui, che non a caso lo considerava il suo film preferito. Forse perché s’identificava in qualche modo in questo capitano che non ci vede più e nasconde la sua depressione con un atteggiamento cinico e e canagliesco. Un film splendido, che passa da goliardica commedia nera al dramma buffo e crudele sull’amore, sulla solitudine, sulla delusione. Di Arpino resta l’equilibrio tra tortuosità psicologica e letteratura da viaggio, nonché la natura aforistica del ciarliere protagonista. C’è un altro memorabile incontro tra lo scrittore e il regista: il meraviglioso Anima persacontinua a leggere

11. FANTOZZI, dal romanzo omonimo di Paolo Villaggio (1972), regia di Luciano Salce (1975)

Pochi sottolineano quanto Villaggio sia stato tra i massimi autori umoristici della nostra narrativa. Fantozzi, l’hanno detto in molti, è una creatura da letteratura russa, e ben si nota nei primi due film della discontinua serie tragicomica. L’attore ebbe la fortuna di essere diretto da un regista che conosceva il ritmo della commedia e i tempi comici e sa dare il ritmo alla commedia. Fantozzi è uno dei personaggi più importanti della storia culturale italiana: mette in scena il dramma quotidiano del travet sottomesso al potere senza cadere nella farsa, collocando il disgraziato in una società priva di solidarietà, comunicazione e compassione… continua a leggere

12. IL CASANOVA DI FEDERICO FELLINI, dal memoir Histoire de ma vie di Giacomo Casanova (1825, postumo), regia di Federico Fellini (1976)

A partire dalle memorie postume dell’iconico avventuriero, Fellini architetta una riflessione spettrale del personaggio-mito che è maschera carnevalesca, bambola meccanica, manichino settecentesco. Burattino o marionetta, costretto a remare in un mare di buste nere e a muoversi su fondali dipinti, in un’immensa stilizzazione che è segnale d’una scelta precisa: il cinema che sfrutta cinicamente la mimesi per abbandonarsi razionalmente alla diegesi di un narratore (un’autobiografia sulla carta attendibile) e di un autore assoluto (che ha un solo pirandelliano mantra: finzione). Più che “Casanova c’èst moi”, “Casanova est mon”… continua a leggere

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