Venezia 77 | Recensione: Nomadland

NOMADLAND (U.S.A., 2020) di Chloé Zhao, con Francesc McDormand, David Strathairn. Drammatico. ** ½

Sta facendo scuola il commento di Paolo Mereghetti sulla regia di Chloé Zhao, arrivata – beh, il film sì, lei no: Toronto chiama – a Venezia con tutti gli onori che spettano a una che entra papessa per non uscire cardinale: l’unica preoccupazione della regista, dice il critico supremo, «sembra chiedersi solo se inquadrare un tramonto o scegliere l’alba». Sembra buttarla un po’ così, ma mi sembra il cuore del problema di un film che, gira che ti rigira, si inserisce sempre nel novero maledetto dei “carini”, dei “ruffiani”, delle operazioni calcolate al millimetro.

Nomadland: la consacrazione di Chloé Zhao con una strepitosa Frances  McDormand [recensione] | Anonima Cinefili

Leone d’Oro doveva essere e Leone d’Oro è stato, con Cate Blanchett – presidente di giuria ma anche madrina, patrona, testimonial di un evento che doveva rassicurare l’industria e rivendicare il ruolo preminente nell’indicazione dell’Oscar venturo – a benedire la scelta già ratificata, con un concorso cucito attorno al trofeo assegnato prima dell’inizio. È un brutto film Nomadland? Ma no, chiaro. È un po’ antipatico, magari. Ma non è un argomento.

Ciò che molti commentatori non hanno colto è l’origine del film. È un adattamento del libro d Jessica Bruder, inchiesta su quella che un personaggio (il più borghese, nel senso nobile) chiama “una grande tradizione americana”: il nomadismo. Il giurato italiano, Nicola Lagioia, si è spinto a dire che «se John Steinbeck avesse dovuto reinventare Tom Joad di Furore forse sarebbe stato uno di quei nomadi». Uno come David (Strathairn, attore d’altri tempi), come Linda May o Charlene, che sono e restano se stesse, a testimoniare il legame con il reportage di Bruder: e nell’intercapedine tra fiction e cinema del reale c’è Zhao, che costruisce un film che abita la frontiera tra realtà e rielaborazione.

Nessuno nega la commozione di certi passaggi né l’adesione emotiva che scatena il “ci vediamo on the road” che presagisce la fine, ma il problema si rivela in più anfratti. Il primo sta nella dimensione “socio-economica”, che sembra disperdersi via via che il film fluisce. Un cartello iniziale ci dice che la città in cui ha sempre vissuto la protagonista, dove il marito lavorava come minatore, è sostanzialmente fallita, privata del CAP e dunque scomparsa dalle mappe. Sulla carta è la miccia che la conduce al nomadismo, ma col progredire della storia pare essere solo un pretesto: è sempre stata così, sembra dirci ogni suo comportamento, era solo in pace col mondo in quel momento.

Il secondo è nelle incoerenze di una storia che propugna i valori della libertà e dell’autonomia e presenta i nomadi pronti a lavorare per l’illuminata Amazon (l’insegna che occupa metà dello schermo, i personaggi che dicono «ci trattano bene» un secondo dopo: ah, il capitale dei buoni…), che discutono su quanto debba essere grande la tinozza in cui fare i bisogni e però navigano su Internet con gli iPhone caricati nei van scassati. Ah, il van della protagonista si chiama Avanguardia: più che scelta simbolica sembra obiettivo programmatico, a misura di hipsterismo bohémien (ché poi, diciamolo: ha anche le spalle coperte, il ribellismo è un po’ tenero, ecco).

Nomadland - La recensione del film di Chloé Zhao con Frances McDormand, in  concorso a Venezia 77 | Awards Today - news, trailer, recensioni, cinema,  serie tv, oscar

Ecco, perché il terzo problema risiede proprio nella protagonista. Chi nega che la carismatica e potente Frances McDormand sia un portento? Nessuno: è un monumento nazionale, ha un volto in cui c’è tutta una nazione, incrocia il Grande Romanzo Americano, il cinema classico, l’arthouse indie. Ma qui si fa fatica a credere che la straordinaria Frances – si chiama Fren, già – non sia proprio la McDormand. Il “documentarismo” del film finisce non per far annullare l’attrice nel personaggio ma viceversa. Quando corre tra i canyon alla ricerca di un rapporto con la natura che in fin dei conti rincorre senza del tutto mai abbracciare, è come se vedessimo una performance srdadicata dal dramma, con lo sguardo in macchina a sottolineare l’ammiccamento. Tutto bene, d’accordo, ma, insomma: che noia.

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