Venezia 77 | Recensione: I predatori

I PREDATORI (Italia, 2020) di Pietro Castellitto, con Manuela Mandracchia, Massimo Popolizio, Pietro Castellitto, Giorgio Montanini, Dario Cassini, Anita Caprioli, Vinicio Marchioni, Marzia Ubaldi, Antonio Gerardi, Nando Paone, Rosalina Neri. Grottesco. *** ½

Roma è grande, si sa, così grande da accogliere anime lontanissime (i quartieri come fortini, città-stato nella città talmente dentro lo Stato da trascenderlo) dentro corpi antitetici tra loro (verticali ed eleganti in centro, orizzontali e piazzati alla periferia), eppure così piccola da farle incrociare al crocevia di un banale incidente. Non muore nessuno, buon per loro, ma la fortuna del caso annuncia soltanto che la fine è vicina, pare.

Ha ventotto anni, Pietro Castellitto, nel panorama dei giovani attori italiani è un po’ una mina vagante (per molti figlio di papà, per altri eccentrico volto di una generazione che non cerca etichette), e I predatori, la sua opera prima, è una bomba, letteralmente: non racconta lo scontro tra due ceti socio-culturali ma lo spaccato inquietante, grottesco, allucinato di una nazione ostaggio del suo passato, dei suoi riti collettivi, dei suoi segreti su cui si edificano vite di facciata.

I predatori - Film (2020) - MYmovies.it

Due famiglie. L’una borghese: marito chirurgo (Massimo Popolizio, di supremo gigionismo) e moglie regista (Manuela Mandracchia, clamorosa: dispotica e priva di empatia sul set, egocentrica e isterica a casa) istintivamente nevrotici, pigramente fedifraghi, naturalmente autoreferenziali. E l’altra popolare, anzi: un clan fascista, proletario, burino e violento che domina il territorio e si dedica al traffico d’armi, legali e non.

Sarà il rampollo borghese (lo stesso Castellitto, che dal padre Sergio ha ereditato la figura allampanata, venando di massima follia gli occhi sbarrati, lo interpreta in pieno autoritratto allucinato e cubista: di culto la scena in cui usa il David di Donatello vinto dalla madre per spaccare un salvadanaio), assistente di filosofia a cui il professore (Nando Paone!) ha negato la spedizione per riesumare il corpo di Nietzsche, a scatenare l’inferno, allampanato corpo dinamitardo che seguendo il metodo della follia svela le falle del sistema. E vi resta prigioniero: e se il presunto angelo sterminatore fosse qualcun altro, sorridente e mutevole? E poi: «Nonna, perché il futuro fa più paura della morte?».

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