Recensione: Sing Street

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SING STREET (Irlanda, 2016) di John Carney, con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton, Aidan Gillen, Maria Doyle Kennedy, Jack Reynor, Mark McKenna. Commedia drammatica musicale. Voto: ****

Gioventù, amore e la felicità di essere tristi, l’Irlanda in crisi che dal molo guarda le infiniti possibilità offerta dal Regno Unito e poi la musica che gira attorno, quella che non ha paura. Alla televisione, Top of the Pops propone un mondo nuovo: i videoclip, l’apoteosi dell’armonia tra suoni ed immagini, e i padri non capiscono perché i cantanti non si esibiscano dal vivo. Sono i ragazzi a vedere lontano, a gettare lo sguardo oltre l’orizzonte dei problemi ordinari, fare come i Duran Duran – che sono bravi, ma bisogna vedere che strada prenderanno.

Sono gli anni ottanta e il futuro è l’unica cosa che ha l’adolescente Conor. Quando i genitori, in procinto di separarsi, lo trasferiscono dall’istituto dei gesuiti ad un’altra scuola cattolica più trascurata ed intransigente, supera il bullismo incipiente formando una boy band assieme ad altri ragazzi nei quali riconosce l’affine esigenza ad emanciparsi da un destino grigio. E soprattutto per conquistare la bella ragazza che ogni giorno aspetta qualcuno o qualcosa di fronte all’uscita della scuola.

Sing Street è almeno tre film – o almeno racchiude in esso tre sentieri. Il primo è il film scolastico, secondo i crismi del filone, in cui la scuola è culla dell’amicizia più casuale e vera (della congrega cito il fulvo ed irresistibile Darren, imprenditore in erba) ma anche istituzione da contestare. Possono bastare le pesanti angherie subite da Conor da parte del perfido, represso, subdolo frate preside per apprezzare la capacità di sintesi con cui si lascia intendere la chiusura del piccolo mondo reazionario.

Il secondo è il racconto di formazione che si districa nel modo più esemplare: un ragazzo colto nel momento cruciale dell’adolescenza si ritrova a dover affrontare il trauma della fine dell’amore tra i genitori e le sofferenze del primo amore per la ragazza idealizzata. C’è un fratello maggiore che è già a suo modo un fallito e funge da guida, che nell’esprimere il dolore per una vita non all’altezza dei sogni passati infonde nel protagonista la necessità di poter (e dover) essere altro oltre all’essere figlio nonché la voglia di imparare, crescere, migliorare attraverso l’ascolto e il godimento della musica.

E infatti il terzo sentiero, il più evidente e travolgente, è il musical. Come nei precedenti lavori di John Carney (i più famosi Once e Tutto può cambiare), che peraltro è stato anche bassista dei The Frames, la musica è una costante, un dovere, una certezza. Qui è propaggine della vita, rifugio del non-detto, scoperta dell’identità, ipotesi di un altrove, ipoteca di un immaginario. Il trucco, i costumi, le espressioni, i gesti dei Duran Duran, dei The Cure, dei The Jam, di Joe Jackson, di David Bowie segnano la crescita dei protagonisti, che si adeguano ai quei look e a quelle idee per cercare di capire quale sia il loro posto nel mondo.

Che musica facciamo?, chiede il polistrumentista Eamon, e Conor non risponde mai, si limita a dire che la loro band fa musica futurista. In questo termine così complesso, e volendo anche usato in modo bizzarro alle orecchie di noi italiani, ci sono la sfrontatezza, la spudoratezza, l’ingenuità di una giovinezza che rifiuta l’incasellamento.

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Benché le influenze siano chiaramente newromantiche e britrock, il genere dei Sing Street è come la loro esigenza di sfidare il torpore cupo e mesto di una città i cui colori più sereni sono quelli delle foglie autunnali che invadono il parchetto, le luci rossastre che illuminano il viale di notte, i costumi eccessivi dei membri della band. Non a caso il trionfo cromatico avviene nella parentesi favolosa del concerto, una stucchevole e adorabile evocazione di un ballo scolastico nell’America degli anni cinquanta che è inevitabilmente un omaggio iconografico al cinema americano di quegli anni (Gioventù bruciata, Splendore nell’erba, West Side Story) e ai successivi revival (Grease).

Ed ha un ritmo musicale anche la storia d’amore tra Conor e la malinconica, misteriosa, stupenda Raphina, che dapprima è figura idealizzata che alimenta la poetica dell’apprendista cantautore (canzoni di rara grazia ed esattezza) e poi splendido involucro di un amore senza scampo. Con un finale di totale apertura che allaga il cuore. Un piccolo miracolo. Sing Street è un film che mi ha fatto pentire di non aver mai imparato a suonare uno strumento.

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