Il grande Gatsby | Recensione

IL GRANDE GATSBY (THE GREAT GATSBY, U.S.A.-Australia, 2013) di Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki, Jason Clarke, Jack Thompson. Drammatico sentimentale. **

Al di là dei valori effettivi del film, è interessante sottolineare come una delle principali caratteristiche dell’incostante e ipertrofico Baz Luhrmann sia la creazione dell’attesa attorno ad un suo prodotto. È una qualità che si porte dietro da una quindicina d’anni, da quando uscì, in piena leonardodicapriomania, Romeo + Giulietta ed esplosa successivamente con Moulin Rouge!. Nell’arco di vent’anni ha realizzato la lussureggiante miseria di cinque film ed è riuscito comunque ad entrare nell’immaginario grazie ad un talento visivo spettacolare e ad una capacità di contaminazione a dir poco estrema.

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Luhrmann piace al pubblico perché sa coniugare il mistero del racconto appassionante all’estetica del fotoromanzo, la temporalità dilatata del feuilleton alla ricerca dell’equilibrio tra bellezza ideale e kitsch postmoderno. Un autore, se vogliamo, anche sperimentale nell’ambito del film a grosso budget, sicuramente ben inserito nella macchina di quel che resta dello studio system hollywoodiano, con un’indubbia predisposizione allo spettacolo e al melodramma, che sia esso scatenato o più rarefatto, perennemente votato all’enfasi.

Enfasi che qui trova una sua ragione d’esistere nelle citazioni di un cinema defunto, quello degli anni venti, dominato da pose esagerate, espressioni esplicite, messinscena patinata, meccanismi affini in qualche modo ai rudimenti della recitazione teatrale ma già in direzione di un qualche cosa di nuova all’interno della macchina cinematografica avviata verso il sonoro.

Il più importante risultato di questa versione dell’immortale Gatsby, di quel Francis Scott Fitzgerald tornato tanto di moda grazie alla nostalgia di Woody Allen, sta nella celebrazione filologica e meravigliosamente superficiale di un’estetica perduta e squisitamente cinematografica: sembra che, in alcuni passaggi, Luhrmann si disinteressi della storia per concentrarsi sulla superficie delle immagini, sull’effimero potere del colore (limpido nelle sequenze più serene, cupo quando il dramma si fa strada, ancora limpido nel finale inevitabile quindi trionfante nella sua accezione melodrammatica ed eccessiva), sugli spazi vuoti da riempire di camice d’ogni tipo, fiori di qualunque specie, bicchieri da bere tutti d’un fiato, sulla volutamente esagerata ridondanza delle mitologiche feste a cui dare un valore quasi esasperatamente mastodontico.

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È scontato constatare che la scelta di inserire musica hip hop e rap è sia una decisione finemente kitsch sia un ideale discorso per far capire allo spettatore a cosa possono corrispondere oggi quelle feste. Il Gatsby di Luhrmann ha però un problema abbastanza evidente: è fagocitato dalla sua sovrabbondanza, tant’è che ha difficoltà nel finale quando pretende un’essenzialità che non sa esprimere se non nel silenzio, negli sguardi e negli spari, così pure come quando deve trasmettere una certa tensione (la morte dell’amante di Tom) non trova la cifra giusta per andare al di là degli eccessi da fotoromanzo in un’ottica troppo manichea.

Non c’è dubbio che vi sia un effettivo coinvolgimento da parte del pubblico nella storia d’amore, ma siamo sicuri che non provenga dalla mitizzazione esterna al film in sé, relativa sia al romanzo (mitizzato ma non letto) che alla presenza di un attore mitizzato come DiCaprio (l’ultimo dei classici, uno degli pochi attualmente capaci di trainare un proprio pubblico al di là del film)?

L’impressione, infatti, è che l’elemento più sentimentale sia troppo filtrato dalla prospettiva di Nick (bravissimo Tobey Maguire), ossia lo scrittore, il demiurgo del romanzo messo in scena e la vittima dei romanzi raccontati da Gatsby: l’afflato non viene tanto dalla chimica (poca) tra DiCaprio e Carrey Mulligan, quanto dallo stupore nei confronti del mondo (quindi nei confronti di Gatsby, che quando è solo in scena non è a caso inquadrato quasi sempre in pose simili a quelle di un dio o di un divo) che traspare dalle parole e dagli occhi di Nick.

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E inoltre un’altra debolezza sta nel ritorno dell’identico: Nick è un altro scrittore tormentato ma dilagante come l’era Ewan McGregor in Moulin Rouge!, perfino le sequenze sono identiche (in primo piano lo scrittore, in secondo piano le parole che scrive, in terzo piano l’oggetto della scrittura), come a voler rafforzare un rapporto fiduciario e un fil rouge tra il discontinuo Luhrmann e l’esigente e fluttuante pubblico.

Sono difetti che non intaccano comunque la costruzione di un immaginario, perché grazie a questo film Il grande Gatsby avrà nuova linfa e una sua dimensione corporea che il precedente lavoro di Jack Clayton con Robert Redford non aveva raggiunto (troppa calligrafia, troppa patina). Lasciando stare la storia, è stilisticamente un film scatenato ma kitsch, romantico ma prevedibile, complesso ma incompleto.

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