Recensione: Sully

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SULLY (U.S.A., 2016) di Clint Eastwood, con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney. Biografico drammatico. *****

Se non avesse un titolo così accattivante nella sua esattezza, che subito suggerisce l’idea di un personaggio a cui istintivamente si vuol bene, Sully si potrebbe chiamare Miracolo sull’Hudson e indurrebbe a pensare che ci sia lo zampino di un Frank Capra. Se consideriamo il suo tema (un pilota, quindi l’aviazione, quindi il cavaliere del cielo), la memoria potrebbe tornare alle parabole alate alla Avventurieri dell’aria o Joe il pilota. Se altresì volessimo isolare il suo protagonista, non incontreremmo difficoltà nell’associarlo alla tormentata umanità di James Stewart o all’etica comune di Spencer Tracy.

Il gioco potrebbe andare avanti a lungo, ma è chiaro che il volo di Sully viene da lontano, che la sua confezione tecnologica è l’accessorio necessario di un racconto umano senza tempo. Certo, il tempo c’è, eccome se c’è: il gennaio del 2009, Madoff ha fallito, la crisi immobiliare è appena iniziata, la sofferenza del paese reale comincia ad affiora. E c’è lo spazio: l’America, sì, ma è soprattutto New York, teatro di uno dei più eccezionali ammaraggi (l’atterraggio sull’acqua) di sempre.

Sully è il soprannome del sessantenne pilota che, nell’arco di quasi quattro minuti, con due motori fuori uso, riuscì ad evitare una tragedia e salvare centocinquantacinque passeggeri. In qualche modo, la sua azione assume un significato più forte per lo scenario in cui avviene: una buona notizia, specie pensando all’ultimo grande evento in cui la città ebbe a che fare con un aereo. Assurto ad eroe nazionale, il common man si ritrova in un’assurda inchiesta atta a verificare la correttezza del suo comportamento.

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Dentro Sully c’è tutta l’America degli anni zero: la paura di ciò che viene dall’alto, l’insofferenza verso l’establishment, la malinconia per essersi scoperti vulnerabili, il disperato bisogno di eroi. Sorretto da una sceneggiatura perfetta che segue il suo protagonista tra presente e memoria, incubi e riflessioni, Clint Eastwood, dopo il discutibile ma coerente American Sniper, alle prese con un film apparentemente spilberghiano, non ha bisogno di particolari manovre per arrivare al cuore della faccenda.

Sa come farti sentire all’interno dell’aereo e sa trasmettere la tensione emotiva del dramma; sa di quanta enfasi non ha bisogno un racconto morale nello svelamento della sua retorica; sa commuovere anche lo spettatore più scafato attraverso la semplicità dell’immedesimazione e l’umanità della ordinary people; sa cosa vuol dire dirigere, cioè dove si mette la macchina da presa in certe situazioni.

La moglie amorevole benché distante (la vediamo sempre al telefono) è Laura Linney, curiosamente indimenticata coniuge inquietante di Sean Penn in Mystic River. Inutile dire quanto sia trionfale l’interpretazione di Tom Hanks, in un ruolo che fa il paio col silente eroe laterale de Il ponte delle spie. Capolavoro della trasparenza.

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