Recensione: Baby Driver – Il genio della fuga

BABY DRIVER – IL GENIO DELLA FUGA (BABY DRIVER, G.B.-U.S.A., 2017) di Edgar Wright, con Ansel Elgort, Kevin Specey, Lily James, Jon Hamm, Jamie Foxx, Eiza González, Jon Bernthal. Azione commedia. ****

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Tutti i personaggi di Baby Driver hanno soprannomi. Quando, nel finale, scopriamo il nome del protagonista, ce lo dimentichiamo quasi subito. O meglio: è talmente iconico da non aver davvero bisogno di un nome credibile. Ci sta bene Baby: anche se sfiora la maggiore età, è comunque il più giovane della banda criminale in cui l’ha incastrato Doc. Con questo stratagemma, entriamo immediatamente in un film che potrebbe essere benissimo un fumetto o un cartoon.

Ma sarebbe riduttivo e sbagliato vederla soltanto così. La clamorosa sequenza iniziale è una delle cose più dirompenti viste di recente al cinema e rifonda un genere, l’action movie, con un’ironia che ha il merito di prendere sul serio il mondo che tratta senza la presunzione di prendersi sul serio in quanto maturo prodotto di un autore in ascesa. Edgar Wright è diventato grande, la sua regia dimostra un virtuosismo mai fine a se stesso perché legato alla necessità di esaltare questo roboante esempio di “cinema delle macchine”.

Non lo è perché, semplicemente, c’è di mezzo un’auto – o comunque non soltanto per questo. Baby Driver svela una consapevolezza cinefila dei codici del genere che lo rende capace di emanciparsi dal cosiddetto filone fracassone rappresentato dalla saga di Transformers. In più, sembra incrociarsi con l’inconscio musical di molto cinema americano non-musical per l’intelligenza con la quale accorda i movimenti alle canzoni della straripante colonna sonora.

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Servendosi al meglio dell’elemento narrativo che impone a Baby di ascoltare sempre della musica, Wright inserisce con grande precisione le situazioni del coming of age, sottolineando da una parte la necessità per il ragazzo di infrangere una barriera che possa farlo diventare grande e convivere coi propri dolori e fantasmi e dall’altra la suggestione che la musica sia il potere di un supereroe, quasi un corrispettivo tecnologico dei capelli di Sansone (il giovane Ansel Elgort è strepitoso).

Spettacolare cinema pop(olare) alla massima potenza, magnetico e coinvolgente, scatenato fino allo sfinimento col suo reiterato ultimo scontro con l’ultimo dei nemici, coacervo di tendenze che raccontano la fluidità di una cultura cinematografica non irreggimentata e disponibile ad una continua adattabilità, davvero esaltante nel sapere convogliare la perfetta dimensione tecnologica (il lavoro sul sonoro è grandioso) alle esigenze di una costruzione narrativa classica, empatica, trascinante.

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