Recensione: Stronger – Io sono più forte

STRONGER – IO SONO PIÙ FORTE (STRONGER, U.S.A., 2017) di David Gordon Green, con Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Miranda Richardson, Clancy Bronw, Richard Lane Jr., Frankie Shaw. Biografico drammatico. ** ½

È giunto il momento di ragionare sul corpo attoriale di Jake Gyllenhaal, essendo approdato con Stronger a quella che di norma è considerata “la prova da Oscar”: veicolo per l’interprete, personaggio reale, storia ad alto tasso emozionale. Benché il progetto non sia andato a buon fine – solo tre le candidature raccolte nell’award season – anche da un punto di vista commerciale, ciò non toglie che costituisca un punto nevralgico per la carriera dell’attore.

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Rampollo dell’aristocrazia hollywoodiana, è esploso prima con un cult giovanile (Donnie Darko) per poi stagliarsi indelebile nell’immaginario melodrammatico ed omoerotico con I segreti di Brokeback Mountain. Evidentemente bellissimo, ha capitalizzato la sua carica sessuale nel romantico Amore & altri rimedi: ma è una parentesi, perché sembra da sempre volersi emancipare dalla sua immagine più facile.

Non potendo non prescindere dal suo corpo, lo usa intelligentemente come strumento privilegiato per ripensare la propria iconografia divistica, relegandosi via via in un territorio autoriale. In Enemy e Animali notturni il suo corpo ha un perturbante doppione; ne Lo sciacallo – Nightcrawler si mortifica per spingere verso il repellente; in Southpaw – L’ultima sfida ed Everest mette letteralmente alla prova la propria resistenza fisica.

Gyllenhaal sembra dentro un percorso ad ostacoli volto a mettere continuamente in discussione lo status quo, ribaltare il banco per dimostrare una crescita formalmente noncurante dell’apparenza estetica, forse il più curioso e spericolato tra i suoi colleghi. In questa prospettiva Stronger è una tappa ineludibile: il biopic dedicato a Jeff Bauman, coinvolto nell’attentato alla maratona di Boston del 15 aprile 2013, rappresenta una nuova sfida perché deve misurarsi con un uomo a cui hanno amputato le gambe.

Nel suo discorso attorno al corpo, è la volta della menomazione fisica, evento che attiva una serie di prevedibili turbamenti interiori e fragilità devastanti, peraltro al crocevia di una problematica relazione sentimentale. Concentrando l’attenzione sul superamento delle difficoltà, Gyllenhall continua a disinnescare il suo fascino, e pur essendo una versione delux dell’originale si adegua alla normalità di Bauman, più giovane di almeno dieci anni rispetto a lui.

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Tutto nel film risponde ad una scaletta tanto ipotizzabile quanto tutto sommato inevitabile nel momento in cui si mette in scena una vittima, un coraggioso martire, un eroe nazionale. La stessa sfera mediatica, che pone Bauman al centro dell’attenzione di un popolo desideroso di riconoscere la faccia dei portabandiera (letteralmente) contro il nemico terrorista senza volto, sembra un atto dovuto in un film non privo di una sua struttura tanto solida quanto chiusa.

Al di là di alcune scelte interessanti (il medico senza volto che comunica lo stato di salute del protagonista ai genitori, il pudore nella terribile scena della carta igienica), David Gordon Green non può che limitarsi a mettere in scena una sceneggiatura pensata per esaltare la performance di un attore la cui maturità tende sapientemente a tenerlo lontano da azzardi istrionici insiti in un ruolo del genere. Tutto molto corretto e edificante, anche troppo. Ma, insomma, il solco è quello.

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