Il maestro di Vigevano | Elio Petri (1963)

Antonio Mombelli, il titolare del film, è forse una delle occasioni più straordinarie per capire quanto di Alberto Sordi si preferisca raccontare le prestazioni che, al netto delle mai attenuate negatività caratteriali, presuppongono sempre un approccio conciliante o accomodante da parte di un pubblico – oggi come allora – disponibile a riconoscersi nei piccoli squallori quotidiani dell’italiano medio piccolo borghese.

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Per chi scrive, l’attore è il più importante e fondamentale del cinema italiano, ma è pur vero che più passa il tempo e più il miglior Sordi lo si ritrova laddove i contemporanei privilegiavano invece personaggi che alla fine provavano l’esperienza del condono (non del riscatto) nonostante l’esercizio del male. E quindi è sempre bello riscoprire Mafioso, Il commissario o, per l’appunto, Il maestro di Vigevano, unico incontro del divo con Elio Petri.

A partire dal romanzo di Lucio Mastronardi, Petri, con l’essenziale apporto di Age e Scarpelli, firma il terzo opus di una carriera in quel momento ancora inclassificabile, che almeno fino all’esplosione del sodalizio con Gian Maria Volontè risultava oggetto bizzarro e di non facilissima interpretazione nella sua organicità. Per quanto Il maestro abbia più di un’ideale affinità con L’assassino, altro racconto nero declinato nell’universo della commedia all’italiana.

Come ne Il boom, Sordi si proclama corpo del disagio e dell’impreparazione nei confronti delle sollecitazioni del miracolo economico. Se nel film maledetto di Vittorio De Sica il benessere della coppia borghese poteva essere garantito dalla vendita di un occhio ai membri di un ceto sociale superiore (e buonanotte all’ascensore sociale), qui è ancora il matrimonio il banco di prova di una storia sulle conseguenze dell’ambizione.

Non tanto del maestro quanto di sua moglie (Claire Bloom, egregia con la voce di Adriana Asti) che, insoddisfatta del tenore piuttosto spartano assicurato dal marito, decide di andare a lavorare in fabbrica per accrescere i guadagni e godere della prosperità economica dei concittadini. In una provincia cinica ed ipocrita, la dignità e il decoro intellettuale del maestro sono messe in discussione dalla moglie, la cui brama di avanzamento socioeconomica non è compatibile con uno stile di vita limpido e morigerato.

Narrazione tetramente circolare che nel cuore nero nasconde lo strazio di un dolore intollerabile, questo film cinereo e funebre (la fotografia è di Otello Martelli) è tra le più feroci, crudeli ed acide parabole sul boom che – va da sé – trova più riscontro oggi ai nostri occhi abituati al disincanto che all’epoca presso spettatori meno disposti ad osservare le contraddizioni e le esasperazioni di una stagione così piena di fermenti.

A Petri bastano pochi momenti per dare il senso del racconto: le litigate tra i maestri che vogliono scambiarsi gli alunni per interessi personali (i vantaggi di dare voti come merce di scambio ai figli dei pizzicagnoli, macellai, artigiani) o questioni di ceto (il privilegio di insegnare ai figli della borghesia); l’utilizzo del dolly per sottolineare la subalternità dei maestri, ultime ruote del carro; la camminata del fenomenale Sordi ripresa dal basso.

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Ma ci sono anche dialoghi sapidi nelle classe strutturate come un ministero («cos’è un maestro? un mi…?» «un missile!» «…un missionario!») e la patetica figura dell’eterno supplente Nanini (la grande faccia di Guido Spadea, appena visto ne Il posto), collega che vive in indigenza ma ipocritamente definito all’ora fatale «un ottimo elemento», è contraltare della prosopopea in pluralis maiestatis del direttore.

Certo, Petri – il cui lato più iconoclasta si scopre nel frangente onirico di un delirio agreste di gusto quasi fulciano – non era del tutto soddisfatto di un film strepitosamente dominato da Sordi (in un ruolo nelle corde di Ugo Tognazzi, prima scelta) nonché dalle scafatissime penne degli sceneggiatori: ma quanta modernità e quanto coraggio in uno dei più spietati e precisi affreschi provinciali mai realizzato in un cinema italiano sempre più votato al centralismo geografico dunque umano.

IL MAESTRO DI VIGEVANO (Italia, 1963) di Elio Petri, con Alberto Sordi, Claire Bloom, Piero Mazzarella, Guido Spadea, Anna Carena, Eva Magni. Commedia drammatica. ****

Un pensiero riguardo “Il maestro di Vigevano | Elio Petri (1963)

  1. […] In questo caso, tuttavia, non è peregrino pensare che il rutilante titolo sia spia di qualche problema narrativo. Il prof. dott. Tuido tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue è il sequel di Il medico della mutua, che si chiamava così certo perché omonimo del libro di Giuseppe D’Agata all’origine ma anche perché ennesimo capitolo della galleria professionale di Alberto Sordi: dopo la quadrilogia del “maschio italiano” (Il seduttore, Lo scapolo, Il marito, Il vedovo), negli anni Sessanta l’attore è uno de I magliari, Il vigile, Il commissario, Il maestro di Vigevano… […]

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