Le notti di Cabiria | Federico Fellini (1957)

Cabiria fa la vita, nella periferia romana. Alloggia in borgata, è convinta che all’orizzonte ci sia un futuro sereno. Ha un ottimismo straniante, che stona con la miseria che vive quotidianamente tra una passeggiata sul lungo Tevere e una capatina in qualche casa. Il destino le si ritorce contro, quasi per dimostrare di non avere poteri o mezzi per salvarla, ma la piccola prostituta, nonostante tutto, alla fine riesce (o no?) a trovare se stessa.

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Cabiria è Roma che vive la notte, è la notte bugiarda che avvolge i suoi abitanti, è la voce schietta e genuina di una città che sotto il cielo oscuro se ne infischia degli emarginati. A suo modo, Cabiria (ma prima ancora Maria, la materia interna di cui è fatta Cabiria) è emarginata dalla società, ma sembra quasi non rendersene conto, o almeno non vuole rendersene conto.

Vive nel suo mondo, non sempre felice (anzi, ben di rado), in cui le piccole gioie sono rappresentate da qualche incontro, specie se con un divo del cinema, dal quale immediatamente non si potrà che avere una delusione. È tutta così la sua vita: ad un momento sereno si succede uno tragico, dopo il quale una persona normale certamente si getterebbe in un agone di mestizia o di depressione.

Lei no, lei tira avanti, non tanto perché indifferente, quanto superiore (ma non se ne accorge) agli uomini che la circondano, essendo lei la figura più pura e autentica di un determinato mondo. Il dolore più grande, quello più inatteso e proveniente dalla persona da cui non ti attendi una schifezza del genere, le fa male, malissimo, invoca una morte desiderata ed inevitabile.

Ma c’è la risurrezione. Illuminata da una luce a tratti divina, Cabiria-Maria cammina verso una nuova speranza, per un viale popolato da pagliacci e saltimbanchi, dai quali è trattata come una gran dama, una sorta di regina degli ingenui diseredati dal cuore d’oro, verso un orizzonte nuovo fatto dell’incertezza che è cifra essenziale del nostro essere.

Sola me ne vo per la città

passo tra la folla che non sa

che non vede il mio dolore

cercando te, sognando te, che più non ho

E in quegli occhi immensi, luccicanti di bagliore eterno ed infinito, quel sorriso tirato eppure vivido, quel volto segnato da un’esistenza amarissima… Tuffarsi in quegli occhi (che ti fissano implorando di non essere ingannati), bisogna tuffarsi in quegli occhi per comprendere lo stato d’animo della donna  Dimenticare tutto, immedesimarsi in questo personaggio dimenticato, testimone perfetto della degregoriana «l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora | l’Italia metà dovere e metà fortuna | viva l’Italia… l’Italia sulla Luna…».

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Cabiria atterra su una immaginaria Luna per poter davvero ricominciare da zero, senza soldi e senza paura, con un’unica, costante ragione di esistere: vivere. Senza malinconia. Senza rimpianti. Senza mai più conoscere cos’è l’amore? Giulietta Masina immensa: dolce e delicata, rude ed ingenua, con degli occhi luccicanti di bagliore eterno ed infinito, un sorriso tirato eppure vivido, con almeno tre scene da antologia (il pellegrinaggio al Divino Amore, lo scontro col futuro marito interpretato dal viscido François Perier sono da incorniciare, il finale).

LE NOTTI DI CABIRIA (Italia-Francia, 1957) di Federico Fellini, con Giulietta Masina, François Périer, Amedeo Nazzari, Aldo Silvani, Franca Marzi, Dorian Gray, Polidor, Franco Fabrizi. Drammatico. *****

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