L’uomo che amava le donne | François Truffaut (1977)

«Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia». Per Bertrand Morand le donne sono un’ossessione. Le ama follemente, non può far a meno di loro. I motivi sono svariati, vuoi reconditi, vuoi carnali, vuoi necessari. Come in Adele H., ma con toni più vivaci ed apparentemente brillanti, François Truffaut disegna un altro ritratto di un’ossessione amorosa, e si serve di Bertrand per plasmare ancora una volta le sue emozioni e il suo vivere in funzione cinematografica.

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Il personaggio in questione non è altri che un alter ego di François, in cui si incontrano i lati più passionali dell’autore. Non avrebbe funzionato Antoine Doinel, troppo nervoso e dolce per la parte (e poi Antoine l’abbiamo lasciato forse felice e con un pargolo da mantenere assieme a Christine in Non drammatizziamo… è solo questione di corna). Questa volta è il turno di immedesimarsi in questo uomo che non è un dongiovanni, né tantomeno un playboy, quanto uno che non può vivere privo del sesso femminile, indispensabile metà di un’esistenza che vive proprio in dipendenza di questa.

Come Antoine era François, qui Bertrand è François, ma un François che di primo acchito ti può sembrare anche frivolo e spensierato. In realtà la patina sotterranea che avvolge L’uomo che amava le donne è amarissima. Non a caso parte da un funerale, ossia dall’epilogo di ogni storia (ma ogni fine è un nuovo inizio, o no?), e procede sul filo della memoria, saltando di narratore in narratore, creando quel clima soffice essenziale per rendere il racconto incalzante.

Con questo film sentimentale e parzialmente autobiografico (più che autobiografia, è un autoritratto romantico), Truffaut firma uno dei suoi film più erotici e sensuali, con la scena più spudorata di tutto il suo percorso artistico: il sesso a tre tra Bertrand e due donne – ma è un erotismo soffuso, mai palese: come nei film di Sirk, il sesso non può e non deve mai essere manifesto.

E poi l’argomento capitale non è il sesso. Bertrand non ama le donne perché gli offrono il sesso. Ma perché lo fanno sentire a suo modo importante. Le donne gli offrono il motore dell’esistenza. Hanno un’arma letale: le gambe. Bertrand non resiste alle gambe delle donne, che si muovono leggiadre e sbarazzine, invitano a nozze i suoi occhi languidi e tenebrosi. Non vuole farle soffrire, non è un bastardo che seduce ed abbandona. Anche perché non è ritratto in maniera impietosa, non è un “porco”.

È un uomo che ama le donne. È un uomo solo alla ricerca di se stesso. Come lo fa? Scrive un romanzo. Non c’è niente di più gratificante come scrivere un romanzo (ed io posso dirlo), pari solo a concepire un bambino. Ma non lo fa esattamente per gratificarsi (sarebbe un narcisismo che non appartiene al personaggio e all’autore).

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Lo fa per immortalare su carta delle emozioni quasi spirituali. E per non dimenticare determinate suggestioni scoperte nell’atto d’amore. In un certo senso, è un film che si siede sul lettino dell’analista con l’obiettivo di capire dove sta andando. E le donne del romanzo (o del film, come volete) sono le testimoni complici ed enigmatiche degli stati d’animo del personaggio. Un film garbato ed audace, a tratti una sorta di sfida per il suo autore. L’esaltazione del sesso forte, la sublimazione del personaggio femminile, un atto d’amore gentile e rispettoso. Non privo di un suo dolore nascosto dall’apparente sfrontatezza, è la summa della concezione della donna di François. Non ci fanno una brutta figura, perché in realtà dettano la vita di un uomo che crede (fino ad un certo punto) di domarle. Ti pare poco?

L’UOMO CHE AMAVA LE DONNE (L’HOMME QUI AIMAT LES FEMMES, Francia, 1977) di François Truffaut, con Charles Danner, Brigitte Fossey, Nelly Borgeaud, Geneviève Fontanel, Leslie Caron, Nathalie Baye, Valérie Bonnier, Jean Dasté. Commedia drammatica. *** ½

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