Ancora oggi, alla centoventesima visione, conserva tutta la fresca spontaneità del primo impatto. Una commedia di quelle che non se ne fanno più perché si è perso lo stampino, un irresistibile concentrato di ironia e semplicità: la mano di Vincente Minnelli è felice e pertinente, orchestra con simpatia un film di evasione tutt’altro che usa-e-getta. Merito di una sceneggiatura oliatissima e pressoché perfetta, no? Certo.
Ma non si può tacere sulla prova misurata e tenerissima di uno Spencer Tracy che raramente è stato così sobrio ed equilibrato – a cui la dolce metà nella finzione, Joan Bennet, chiede se egli sia alcolizzato: un po’ di sarcasmo, data la facilità di alzare il gomito che aveva l’attore. Il quale riveste i panni del padre della sposa in modo strepitoso. E poi la cosa curiosa è che la di lui figlia, Liz Taylor, di lì a qualche anno avrebbe infilato sette matrimoni di fila.
Qui la ragazza spera di vivere ogni giorno della sua esistenza con l’uomo che ama, essendo il matrimonio vincolo che ti lega vita natural durante. Insomma, questo ruolo è stato per la Taylor tutt’altro che profetico. Memorabile l’incubo notturno a sfondo matrimoniale. Scandalosa l’edizione italiana con i nomi anglosassoni traviati in italiano: Stanley diventa Sandro, Kay Carla e via dicendo. Un po’ di contegno, signori. con un sequel altrettanto brillante e un remake non malvagio.
IL PADRE DELLA SPOSA (FATHER OF THE BRIDE, U.S.A., 1950) di Vincente Minnelli, con Spencer Tracy, Joan Bennett, Elizabeth Taylor, Don Taylor, Billie Burke, Leo G. Carroll. Commedia. ***