Kung Fu Panda 2 | Recensione

KUNG FU PANDA 2 (U.S.A., 2011) di Jennifer Yuh. Animazione avventura commedia. *** ½

Ultimamente c’è l’usanza di fare paragoni (legittimi) tra la Dreamworks e la Pixar: i primi sono bravi, i secondo infallibili. Probabilmente è vero, perché, a differenza della casa dell’omino che pesca sulla luna, l’associata della Disney ha la capacità di creare mondi a sé stanti, riuscendo nell’intento che lo zio Walt si era prefissato, solo rinnovandolo nella naturalezza del progresso tecnologico, artistico e culturale.

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Fermo restando questo concetto, c’è da dire che la Dreamworks riesce invece nell’impresa di creare oggetti di culto, seppure con qualche perplessità (al di là dello splendore tecnico delle opere in questione) nel rapporto reale tra soggetto e pubblico di riferimento (quanto i bambini, principali fruitori dei film d’animazione, colgono del citazionismo colto, raffinato ed autoreferenziale di queste produzioni?).

Ma dando per assodato questo punto, la verità è che Kung Fu Panda 2 è un film magnifico perché non potrebbe essere altrimenti, perché gli animatori costruiscono un immaginario (orgogliosamente stereotipato e spontaneamente incredibile) tecnicamente impeccabile, emozionante nei suoi scenari così al limite tra verità e finzione (certe vedute mettono i brividi).

Ma non è nemmeno questo il punto, perché decantare le lodi di un film d’animazione di un certo livello (leggi: nella fattispecie non di boiate come Gnomeo e Giulietta) è anche troppo normale: il secondo capitolo delle avventure del panda Po (altro antieroe che declassa i supereroi per affermare il valore degli eroi per caso) è una storia che ha le sue radici nelle terre bibliche: cos’è quella strage di panda voluta dall’erede al trono, il terribile pavone, a cui la divinatrice ha predetto la sconfitta per mano di un panda, se non una rilettura della strage degli innocenti di Erode? E cos’è quella ricerca di sé che porta Po a svariate crisi e ad una soluzione finale che trova nell’interiorità la propria risposta?

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Partendo da queste premesse, il film si pone delle fondamenta resistenti e robuste, proseguendo poi con personaggi già conosciuti nel primo capitolo (due note sul complessato Mantide e sul tenerissimo papà oca Mr. Ping), situazioni comiche che rasentano l’assurdo e il surreale (punto di forza e attrazione principale per i più piccoli), coreografie che omaggiano certo cinema asiatico di arti marziali (da Bruce Lee a Karate Kid fino alla Foresta dei pugnali volanti e quel Jackie Chan che compare pure tra i doppiatori originali).

Un ritmo concitatissimo, scatenato, orchestrato da una regia (femminile) sorprendente. Ma, soprattutto, una storia bellissima che fa molto ridere ed anche versare qualche lacrimuccia, specialmente per tutto ciò che concerne i ricordi infantili di Po (con un omaggio al Re Leone, considerando anche la divinatrice che ricorda assai la scimmia Rafiki) e le rivelazioni di Mr. Ping, e che trova nel vilain Shen un personaggio memorabile per complessità, crudeltà, dolore.

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