Dopo aver inchiodato i massicci e antichi libri della biblioteca dell’università in cui insegna, un affascinante professorino si disfa di ciò che ritiene inutile e se ne va a vivere sul fiume, dove consoce alcuni pescatori. centochiodi (minuscolo e tutt’attaccato) avrebbe dovuto essere l’ultimo film di fiction di Ermanno Olmi: tuttavia, dopo questo suggestivo ed affascinante film-testamento, il maestro è tornato a raccontare altre storie.
Qui il bisogno di chiudere un cerchio l’induce ad interrogarsi sulla differenza tra il sapere e il conoscere, l’avere e l’essere. Le religioni non hanno mai salvato il mondo, dice il professorino assistente di un vescovo vegliardo e dedito alla lettura in maniera quasi respingente rispetto al dialogo con l’altro. Se le religioni non hanno fatto altro che creare ulteriori fratture nella società degli uomini, dov’è Dio? Perché assiste alle diaspore tra i suoi figli? A cosa servono tutti questi libri ipocriti e divisivi?

A leggerlo così, il film pare un trattato di ateismo. Eppure è chiara l’ispirazione cattolica: denso di simbolismi mutuati dalle Sacre scritture: i chiodi, la vita di Gesù prima dei trent’anni, i 12 apostoli evocati dai pescatori-campagnoli, Maria Maddalena come panettiera, la galera che richiama la crocifissione, il maresciallo ovvero un funzionario romano pur meno vigliacco, il vescovo a rappresentante il clero dei templi, e poi l’acqua, il fuoco, la galera, l’attesa del Cristo…
Intessuto di alcune citazioni dalle parabole e dai miracoli descritti nei vangeli, centochiodi racchiude il cuore pensante di Olmi, convinto dell’ormai celebre e discussa citazione che «tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico». Aperto e libero, per quanto programmatico, come dice uno dei compari del professorino è un film come «il fiume che va lontano». E come il battello dove si balla in una bellissima scena lacustre.
CENTOCHIODI (Italia, 2007) di Ermanno Olmi, con Raz Degan, Luna Bendandi, Michele Zattara. Drammatico. ***