Recensione: A Modern Family

A MODERN FAMILY (IDEAL HOME, U.S.A., 2018) di Andrew Fleming, con Paul Rudd, Steve Coogan, Jack Gore, Alison Pill, Jake McDorman, Kate Walsh. Commedia. **

Ideal Home esce in Italia senza troppi clamori, occupando le deserte sale di questa strana estate, sotto un titolo italiano quasi ridicolo che strizza l’occhio a quello uguale – se non fosse per l’articolo – della bella comedy nel cui cast c’è anche una coppia di papà. Nel voler trasmettere un messaggio inclusivo, si ricorre apparentemente al già noto ma si prepara al pubblico ad un’idea di famiglia non ancora del tutto accettata qui da noi.

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Dicendo A Modern Family ci si riferisce al nucleo famigliare del film quale proposta alternativa al modello cosiddetto tradizionale, un’esperienza insolita ed inconsueta figlia dei tempi (ah, signora mia!) e comunque relegata ad un universo non solo americano ma soprattutto altoborghese, perfino – diciamolo, facciamoli contenti – radicalchic (speriamo che Tom Wolfe risorga e bastoni tutti voi che usate l’espressione a verga canis).

Purtroppo l’estrazione sociale dei protagonisti non sembra essere una scelta felicissima, se non altro perché abbondano i cliché legati alle loro relazioni professionali (l’uno fa lo chef in tv, l’altro è il suo regista) e alle frequentazioni mondane. Ci sono tuttavia zampate che ben s’accordano all’incontro-scontro con il bambino, proveniente da un ceto più modesto, che scombussola la loro vita.

Piombato in casa (ideal home: una casa ideale, un progetto sentimentale, accoglienza e calore ma anche forma e buon gusto) dopo che il padre, nato da una dimenticata ed occasionale divagazione eterosessuale dello chef, è finito in galera, il bambino è la cartina di tornasole di una tendenza centrale nella commedia americana – a tutti i livelli – degli anni dieci: la ricerca del padre.

Da commediacce come Parto col folle a 2 gran figli di… fino al più serio Teneramente folle e all’autoriale Nebraska, il rapporto tra padri e figli alimenta il serbatoio iconografico e culturale di un genere-mondo talmente fluido e largo da potersi permettere riflessioni ora acute ora profonde sulla questione, intimamente allacciate al bisogno di aggrapparsi a figure di riferimento all’indomani della crisi economica dunque morale.

In questo caso la paternità è affrontata in almeno tre prospettive ascrivibili ai protagonisti (la coppia e il bambino): la paternità rimossa e ritrovata dello chef papà-nonna; quella inconsciamente desiderata dal compagno che accoglie bendisposto l’inatteso figlio; e quella ricercata dal bambino, allontanato coattamente dal padre, che si inserisce in una dinamica omogenitoriale sulla base della necessità emotiva di essere parte di una famiglia.

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Nel fuoc(hett)o di fila di battute («Una parte di me vuole restare con me per vederlo morire»; «Sembra Butch Cassidy, ma senza Butch»; ma attenzione allo stacco di montaggio tra la scoperta della cocaina e la ripresa della festa di compleanno), c’è spazio, infatti, per lo sprazzo commosso che squarcia la commedia: il fantasma materno, la morte accanto, i bambini cresciuti troppo in fretta.

Retto sulle non banali interpretazioni di Paul Rudd (tra i corpi comici più interessanti della commedia contemporanea) e Steve Coogan, il film cerca – spesso vanamente – di non rinunciare alla complessità nel veicolare un condividibile messaggio didattico, reso palese dai titoli di coda con le foto di reali genitori omosessuali. Certo, tutto utile se consideriamo il barbarico approccio politico alla questione nel nostro Paese. Ma, insomma, tutto un po’ troppo prevedibile.

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