Onora il padre e la madre | Recensione

ONORA IL PADRE E LA MADRE (BEFORE THE DEVIL KNOWS YOU’RE DEAD, U.S.A., 2007) di Sidney Lumet, con Ethan Hawke, Philip Seymour Hoffman, Albert Finney, Marisa Tomei, Aleksa Palladino, Micheal Shannon, Amy Ryan, Rosemary Harris. Drammatico. ****

A distanza di quasi cinquant’anni dall’esordio che gli valse la prima vana candidatura all’Oscar, dopo alcune prove non esattamente memorabili, l’ottantatreenne Sidney Lumet ricorda a tutti di essere un narratore della crudeltà (Il gruppo, Quel pomeriggio di un giorno da caniQuinto potere), individuando nella famiglia il luogo dove sviluppare un discorso sul cinismo della violenza privata, e dà scacco matto ai colleghi più giovani con un film che sin dal titolo non fa sconti a nessuno.

«Prima che il diavolo sappia che sei morto» – come recita il titolo originale – ci sono molte cose da fare: bramare avidamente il denaro dei genitori, tradire un fratello portandosi a letto la moglie, farsi pur di non affrontare con senno i problemi, rapine, pere, scopate, delitti. Legami di sangue che scorrono nelle vene di uomini scopertisi belve di fronte al ribollire dell’ambizione: Lumet ci dà conto dei punti di vista dei personaggi, affrescando il male che si annida nel collettivo (una famiglia, una società) attraverso le prospettive individuali dei singoli.

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Un noir metropolitano che è anche un film d’attori, nella misura in cui la profondità della recitazione corrisponde alla precisione della scrittura: Philip Seymour Hoffman sa comunicare con torbida potenza l’assedio interiore di un rapace anaffettivo, Ethan Hawke rinuncia all’eccesso per sottrarre e scarnificare l’angoscia di un corpo inquieto, Marisa Tomei è l’ambiguità del sesso in purezza. E c’è Albert Finney che governa gloriosamente disperato la fine del mondo.

Non è solo una straordinaria trenodia sulla famiglia che si articola setacciando l’antologia dei peccati più deplorevoli, ma anche una magistrale dimostrazione di come si gira – oggi e per sempre – un film: il taglio delle inquadrature, il minutaggio perfetto, il controllo della messinscena. Questo sì che potrebbe essere un film-testamento (ma gli si augurano mille altri lavori) per la compiutezza del lavoro, il pessimismo senza moralismo, il rispetto per il pubblico: d’altronde, La parola ai giurati non era un film sulla speranza?

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