Americans – 8 | Taxi Driver | Martin Scorsese (1975)

Taxi Driver può inserirsi, a ragione, nella categoria dei film-romanzo. Nelle sue vene ferite da troppi vetri conficcati in esse, scorre il sangue nervoso degli autoritratti più inquieti. Solo grazie alla voce-off del protagonista, dunque alla sua coscienza che diventa pensiero ineludibile per capire la vicenda, possiamo cercare di capire cosa diavolo si muove nella mente del personaggio.

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Le pulsazioni tese del suo ego si materializzano in azioni dominate dalla schizofrenia dell’uomo. Se privato dalla sua ricerca introspettiva, il film sarebbe immolato a chi ne metterebbe in risalto solo la gratuità della violenza. Invece no, c’è anche una ricerca del lato oscuro dell’umano: non la si giustifica, ma la si spiega, la violenza. Travis è trasfigurazione di una società malata in cui l’affermazione della giustezza veicola attraverso la rivelazione della violenza.

Sta qui il messaggio che Scorsese vuole trasmettere con la fosca parabola di mutilazione e redenzione di Travis, diretta traslazione dell’esperienza sublimata da Paul Schrader: ma la redenzione può avvenire solo grazie alla manifestazione di ciò che fino a quel momento si conosce meglio, ossia la brutalità tanto cara all’uomo metropolitano. Non è solo incarnazione di un’inquietudine psicologica e singola, ma in funzione della comunità degli uomini.

Travis è anche l’americano medio-basso che si ritrova a fare i conti con tutto il lercio con il quale ha convissuto per una vita e di cui mai si è lamentato. Giungla d’asfalto in cui l’ebbrezza corre come un’auto sportiva malandata, il ritratto di New York fa davvero schifo, e non lascia scampo alla disperazione persistente in un Paese segnato dall’ingordigia del suo mito (e della sua icona).

Di questa “grande” nazione (che non si limita ai suoi confini, essendo il Paese più trasversale del pianeta), Travis ne è esponente a buon diritto, anche perché porta con sé i segni confusi e lancinanti dell’esperienza recente più crudele (soffre di insonnia dopo aver combattuto in Vietnam con i Marines). Un film allucinato ed irrequieto, sbronzo come una notte trascorsa in pub e smarrito come l’alba appena successiva alla notte al pub. Il finale è proprio un’alba enigmatica: un po’ tenero e un po’ sbruffone, sicuramente evocativo.

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Taxi Driver, con i suoi difetti (non sempre Scorsese riesce a stare al passo con la sua storia e viceversa) e i suoi pregi (una sceneggiatura da mandare a memoria), è un film che aiuta a comprendere la diagnosi di una popolazione che cerca di sfuggire al lettino del suo psicanalista. Geniale la recitazione di Robert De Niro.

TAXI DRIVER (U.S.A., 1975) di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Jodie Foster, Albert Brooks, Harvey Keitel, Peter Boyle, Leonard Harris, Cybill Shepherd. Drammatico. ****

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