12° Biografilm Festival | Recensione: Elvis & Nixon

ELVIS & NIXON (U.S.A., 2016) di Liza Johnson, con Michael Shannon, Kevin Spacey, Alex Pettyfer, Johnny Knoxville, Evan Peters. Biografico commedia. ***

L’odiografia cinematografica di Nixon può vantare sinora un copioso numero di interpretazioni del presidente più detestato della storia americana: tralasciando Tutti gli uomini del presidente in cui la sua presenza è un’ingombrantissima assenza, dobbiamo citare almeno il nevrotico Anthony Hopkins dello shakespeariano Gli intrighi del potere e l’arrogante Frank Langella del duello Frost/Nixon, ma hanno dato il loro contributo anche John Cusack nel noioso The Butler e addirittura Mark Camacho in X-Men – Giorni di un futuro passato.

Insomma, Nixon è la paranoia, la nevrosi, l’arroganza. In questo Elvis & Nixon, il commander in chief è il glorioso Kevin Spacey che pare compendiare nella sua recitazione orgogliosamente teatrale tutte le caratteristiche di cui sopra più, ed è fondamentale, una carica grottesca che ne esalta la mediocrità.

Il Nixon di Spacey è un rozzo e teso uomo di mezz’età a capo di un mondo che odia perché non l’ha fatto nascere bello e fortunato come un Kennedy, un vendicativo e ridicolo loser che ha vinto la propria battaglia con il sogno americano incarnato da chi l’ha battuto ed è perito sotto le armi da fuoco.

Le armi sono centrali in questo film: sembrano essere l’irrinunciabile feticcio di Elvis Presley, che entra in scena sparando ad una televisione colpevole di trasmettere le immagini della ribellione giovanile.

Elvis ha solo trentacinque anni, continua ad essere un divo planetario ma è già un prodotto del passato, rappresenta un mondo più rassicurante rispetto ai capelloni del beat inglese, coltiva riti e miti di un altro decennio.

Affascinato dalle potenzialità conoscitive dell’enneagramma, appare come la rappresentazione di se stesso, un oggetto per sua stessa ammissione, bisognoso di trascorrere parecchi minuti di fronte allo specchio per conservare la propria apparenza di eterna gioventù.

E va in giro con molte armi in virtù delle sue funzioni di vice sceriffo di Memphis e di altre città. Con istrionismo ottimamente temperato, Michael Shannon riesce ad imporre l’estraniamento di una persona consapevole di non poter non essere un personaggio in una persistente messinscena naif.

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Il fatto che Elvis e Nixon siano entrambi due conservatori non basta per capire l’assurdità di questa storia vera naturalmente romanzata che gravita attorno all’incontro che il cantante ottenne per convincere il presidente a nominarlo agente segreto in incognito della sezione narcotici.

Ottanta minuti secchi che non lasciano un attimo di tregua nella rilassata fluenza di una funzionale regia senza eccessi, Elvis & Nixon è uno squisito lavoro che esalta la prossemica e il dialogo dei due magnifici attori. Separati per almeno due terzi del film, si incontrano nel ring della sala ovale con un misto di diffidenza ed empatia, complicità e straniamento.

Come in’opera buffa, attraverso le maschere del potere (l’intrattenimento è politica e viceversa: l’uno soccorre e alimenta le carenze dell’altro), Spacey e Shannon sanno suggerire bene la latente alienazione di due personaggi dei quali si sa di tutto ma non tutto: questo film immagina, con i codici della commedia di parola, un’ipotesi di verità nel crinale in cui la storia ha scelto di sedersi a guardare ciò che sarebbe potuto accadere (o che forse è accaduto).

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