Recensione: 40 sono i nuovi 20

40 SONO I NUOVI 20 (HOME AGAIN, U.S.A., 2017) di Hallie Meyers-Shyer, con Reese Witherspoon, Micheal Sheen, Lake Bell, Nate Wolff, Candice Bergen, Pico Alexender, Lola Flanery, Jon Rudnitsky, Reid Scott. Commedia romantica. **

È l’opera prima della figlia di Nancy Meyers e Charles Shyer. Un passaggio di testimone? Anche. L’autoritratto attraverso una vita altrui? Forse. Uno stato delle cose? Perché no. Di un certo tipo di commedia. Romantica, postclassica. Negli anni novanta, quando Hallie Meyers-Shyer era adolescente, mamma e papà recuperavano un’idea di commedia borghese fondata sulla casa come banco di prova di diatribe destinate al lieto fine.

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Quando l’amore è finito, Meyers si è messa in proprio e ha esplorato il femminile con la consapevolezza della caducità del tempo: lo vediamo nelle due passeggiate verso la senilità (Tutto può succedere e È complicato), nelle parallele e cinefile tenerezze malinconiche in L’amore non va in vacanza, nel surrogato sentimentale delle dinamiche padre-figlia de Lo stagista inaspettato. 40 sono i nuovi 20 rivela la sua vera natura nel titolo originale, meno ammiccante e sciocco di quello nostrano: Home Again è un po’ la sintesi di un certo cinema americano dell’ultimo decennio.

Dal war movie alla scifi, il coming home è una costante di questa produzione che interroga costantemente il tempo diegetico e quello del cinema, che sceglie la dimensione del ritorno agli affetti più rassicuranti (e qui particolarmente confortevoli) per ripensare un percorso esistenziale in bilico tra ristagno e nevrosi. Benché Reese Witherspoon (fa l’arredatrice d’interni, guarda caso) compia quarant’anni, la sua parabola somiglia di più a quelle delle cinquanta-sessantenni Diane Keaton e Meryl Streep: quasi a voler sottolineare un tourning point anagrafico e culturale che nella realtà sembra essere ormai temperato, slittato almeno di un decennio.

Il problema del suo personaggio, dentro una difficile separazione da un uomo che forse ama ancora, risiede l’attrazione nei confronti di un ventottenne, che se da una parte la fa avvicinare alla superficie della milf dall’altra la mette di fronte all’evidenza che non verso tutti i giovani maschi si debba necessariamente esercitare il materno. Il film racconta dunque l’accettazione del suo essere ancora un soggetto romantico (sessuale) attivo, anche perché praticamente tutti i maschi presenti la desiderano in qualche modo.

A rispecchiare l’idea di un desiderio come elemento ereditario, c’è sua madre: Candice Bergen (un po’ più anziana di quanto nel film si ammetta) è un’ex attrice che accoglie le novità con lo spirito dell’avanguardia, la maturità di una vita vissuta, la coscienza della fragilità del tempo. L’elemento autobiografico risiede proprio nei genitori: la protagonista è figlia di un regista della New Hollywood, morto da tempo ma i cui feticci occupano la casa ora invasa da giovani aspiranti cineasti, accolti “ufficialmente” proprio dalla madre che capisce, intuisce, manovra.

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È in questo schema che il film dimostra al contempo tutta la gracilità di un’esordiente di lusso e tutta l’autenticità di un insider che sa di cosa parla. Se la commedia si dipana con convenzionale brio, non si può negare allo stesso tempo un fondo di malinconia che la rende interessante per il lutto che costantemente prova nei confronti di una classicità ormai inconciliabile. La si può giusto osservare come un vecchio film su un telo montato in giardino, cercando di recuperare un’esperienza antica della visione collettiva con una famiglia alternativa. Niente di speciale, ma un film che chiude con Carole King merita un occhio non pigro.

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