Venezia 75 | Recensione: Peterloo

PETERLOO (G.B., 2018) di Mike Leigh, con David Bamber, Alastair Mackenzie, James Dangerfield, Eillen Davies, Rory Kinnear, Liam Gerrard, Bronwyn James. Storico drammatico. ****

Quasi duecento anni fa, a Manchester, una folla di persone si riunì a St. Peter’s Field per partecipare ad un comizio pacifico convocato per chiedere al parlamento britannico una riforma elettorale che prevedesse il suffragio universale. In seguito a ciò, le autorità locali ordinarono alla cavalleria di arrestare i comizianti e caricare la popolazione: perirono in quindici e i feriti si attestarono tra i quattrocento e i settecento.

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Di fronte al massacro, alcuni giornalisti accorsi per l’evento coniarono l’espressione Peterloo, facendo una crasi tra il riferimento topografico e la disfatta di Waterloo. Il giornalismo, appunto, non compromesso, serio, impegnato. Chiamato in Peterloo a rendere conto di quel che accade: la militanza “dalla parte giusta” non decade nemmeno nel momento in cui si stampa il nuovo termine, inventato proprio per rendere iconico un fatto eclatante e decisivo per la nascita della democrazia che sarà.

Se sin dal titolo si sente il bisogno di chiamare così quell’episodio, evidentemente la tempestiva operazione editoriale aveva le sue buone ragioni. Solo così, oggi, possiamo evitare qualunque dubbio sull’evento al quale si allude. Che, essendo molto celebre in patria ma tutto sommato trascurato all’estero, riesce così a comunicare con maggiore immediatezza: una celebrazione del mestiere giornalistico sul campo.

Giornalismo, quindi. Ma anche discorso politico. E dialettica tra potere e subalterni. E naturalmente racconto storico, cioè quello che Mike Leigh adotta nel mettere in scena una ferita della nazione. Prima che la storia prenda il sopravvento nei suoi aspetti più brutali e realistici, l’autore provvede a tessere una fitta rete di dialoghi, conversazioni, scontri, insomma parole lungo le prime due ore, dense e verbose, di questo film che è un saggio di retorica ai massimi livelli.

Leigh lascia anzitutto che l’azione sia delegata al potere della parola, al confronto tra personaggi che pur ambendo allo stesso obiettivo hanno visioni troppo diverse per poter ragionare davvero all’unisono. Peterloo è forse uno dei film contemporanei più intelligenti e meno equivoci nel rendere omaggio alla dialettica politica, contro la semplificazione e il populismo di nuovo conio, perfino vecchia scuola nella sua fiducia verso la ragione anche quando sembra secondaria rispetto all’egotismo.

Accanto ai leader o presunti tali, fa attenzione al popolo, sottolineandone la dignità, l’umiltà, il decoro. Certo, concentrandosi su un nucleo familiare in particolare procede cercando nel pubblico un’evidente empatia; ma la scelta ha un suo senso emblematico per trasmettere quanto effettivamente risulti essere infine vittima della carneficina, specie quando Leigh mette accanto queste scene a quelle che colgono i reali in tutta la loro miseria umana.

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Nell’epoca in cui la fake news diventa arma del potere per consolidare lo status quo o ribaltarlo nel vuoto, il marketing si fa vettore dell’azione politica a prescindere dalle idee di chi le professa e la memoria dei sacrifici del passato sembra appannata e minimizzata per ignoranza e consuetudine all’oblio, Leigh realizza un’opera severamente solida, ancorata ai fatti, che sa emanciparsi magnificamente dalle secche del period drama europeo.

Come ormai accade sempre meno nel genere storico, tra una serialità non sempre all’altezza del compito e film pigramente accomodati sul bignami ad uso e consumo di un pubblico affamato di aneddoti, Peterloo contiene una doppia lezione, di cinema e di storia: tutta racchiusa nello sguardo di Leigh, onesto e rispettoso verso le vittime designate quanto feroce ed mortificante nei confronti del potere, con un finale rapido e dolorosissimo (no, non è sensazionalistico) sulla scia del più retto e rigoroso racconto civile. Rossellini docet.

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