Il bello delle donne è un caposaldo della serialità italiana: rivediamolo

Nonostante qualche doveroso contributo (per esempio questo) che esula dal recinto del culto pseudo trash, forse non si sta cogliendo bene l’importanza del lavoro di Teodosio Losito, venuto a mancare pochi giorni fa, e quindi di Alberto Tarallo della Ares, produttore e pigmalione da sempre al suo fianco. Non è questione di rivalutare una produzione spesso piuttosto sterminata se non davvero improbabile in non poche occasioni, quanto riconoscere il talento di intercettare il gusto e il retrogusto di un pubblico trasversale e stratificato.

Unico vero showrunner italiano prima che la figura trovasse lustro negli ultimi anni dopo il boom della serialità americana (Ivan Cotroneo non ha inventato niente, insomma), unica versione italiana di Ryan Murphy prima che del trionfo del creatore di American Horror Story e sorta di sintesi estrema tra Pedro Almodovar e Ferzan Ozpetek, unico crito-autore capace di recuperare e ripensare la memoria di un cinema mitizzato e mai più replicabile in un contesto dichiaratamente fasullo, a Losito si deve una ventina di prodotti televisivi ancora da studiare.

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Dal family comedy di provincia (Caterina e le sue figlie) al feuilleton papalino (Il sangue e la rosa) passando per la gangster story (L’onore e il rispetto, Baciamo le mani) e il period drama fascista (Il peccato e la vergogna) fino al biopic trash (Pupetta: Il coraggio e la passione, Rodolfo Valentino – La leggenda) e il thriller in tutte le sue sfumature scarlatte (Il morso del serpente, Caldo criminale, Sangue caldo), con a disposizione una pletora di attori spesso fedeli e registi di vaglia (i cinefilissimi Maurizio Ponzi e Salvatore Samperi) che quasi non ci si crede, forse Losito ha però raggiunto il compendio all’inizio.

A voler scandagliare temi, topoi, ossessioni, immagini ricorrenti di questo gruppo di fiction, in realtà ci si ritrova a esercitarsi sempre sullo stesso codice. Come se tutta la produzione di Losito e Tarallo sia diretta della filiazione della serie-madre, del moloch, della tesi di laurea. Che Il bello delle donne sia la più amata, replicata, mitizzata loro produzione non è un caso, anche perché riflette in toto l’incontro tra il pubblico popolare affascinato dalle grandi passioni e la nicchia degli insospettabili suggestionati dall’irresistibile miscela di generi.

Per i tempi considerato coraggioso nell’affrontare questioni sconosciute per la televisione dell’epoca, Il bello delle donne nasce sulla scia del successo di Commesse, serie Rai abbastanza importante per la centralità di una coralità femminile divisa tra lavoro e sentimenti nonché per il primo personaggio dichiaratamente gay in una fiction italiana. Altro dato rilevante è lo spazio fuori Roma, un set dall’esplicito senso teatrale (come ne L’amica geniale), una provincia riconducibile alle strade di Orvieto, dove la Capitale è meta lontana in cui fuggire per amore.

Tre stagioni in tre anni, trentasei episodi in tre stagioni strutturate come tv movie monografici uniti da una forte trama orizzontale. In virtù del suo conclamato statuto cinematografico e della sua sempre più affettuosamente matronale presenza scenica, Stefania Sandrelli è il collante: mamma quaranta-cinquantenne, Anna, rimasta vedova, scopre le corna del marito e decide di convertire il progetto della barberia pensata dall’uomo col cugino in un parrucchiere per signore.

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Il cinefilo pensa subito a Donne di George Cukor ed è chiaro che il riferimento sia quello, così come la sigla (le clamorose musiche sono di Antonio Sechi) è un omaggio all’incipit di Come le foglie al vento di Douglas Sirk. Il palinsesto della serie è quello del mélo americano, sul cui repertorio di personaggi e situazioni si edifica una narrazione composita e spericolata fatta di amori disperati, vizi privati e pubbliche virtù di una borghesia cittadina avida, ipocrita, lussuriosa contrapposta ai buoni sentimenti e le semplicità della classe media.

Il titolo della serie è naturalmente anche il nome del salone, che arruola come parrucchiere Luca (Massimo Bellinzoni nel ruolo della vita), appena fatto fuori dal negozio del suo amante dalla nuova moglie di quest’ultimo. Che sarebbe Annalisa, spietata arrampicatrice sociale che ha gli occhi taglienti, i capelli ricci, la sensualità plebea, il cinismo spregiudicato di Giuliana De Sio, icona della factory che garantisce una quota di camp e kitsch e sostanziale responsabile del culto della serie. Cattivissima ma impossibile da non adorare.

E poi Francesca, ex tossica e ragazza madre quindi commercialista dagli amori ballerini (la sottoutilizzata Antonella Ponziani); Vicky, buffa sex bomb dal cuore d’oro (Nancy Brilli da Commesse); le sorelle Agnese, cornuta mamma di famiglia in cerca di riscatto, e Olga, signora dell’aristocrazia che si scopre lesbica (Lunetta Savino e Caterina Vertova); Elfride, fragile estetista in love affair col tenebroso Bobo (Eva Grimaldi e Gabriel Garko allora fidanzati); fino alla memorabile contessa Spadoni, dama della carità tendenza rotariana che la splendida Virna Lisi, quintessenza del divismo, interpreta con eleganza anche nelle parabole più incredibili del suo personaggio.

In realtà in tre anni il cast di personaggi è smisurato, quasi impossibile ricordare tutti se non citando qualche exploit al limite del concepibile (Ida Di Benedetto mammina cara; Loredana Cannata crudele ex brutto anatroccolo; il cammeone di Anita Ekberg) e le colonne del pettegolo coro paesano (la giornalista Laura Troshel e la gioielliera Cristina Ascani, strepitose vipere), ma si possono elencare i contenuti audaci: la fluidità sessuale, le questioni di gender, il declassamento economico, la politica formato famiglia, i figli senza genitori (meno efficaci le fasi crime).

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Chiaro che la tenuta del racconto non è sempre alta e che l’orgia di star congestiona la struttura tralasciando via via una dimensione corale in favore del collage di storie personali, però resta a tutt’oggi un godibile mélo dalle venature brillanti, invecchiato bene perché non intrappolato nelle dinamiche dell’attualità proprio per la consapevolezza di quei temi mélo che funzionano da secoli. La cartina di tornasole è il tardo revival Il bello delle donne… alcuni anni dopo, su cui è necessario stendere il cosiddetto velo pietoso. Ipermegacultcamptrash.

IL BELLO DELLE DONNE (Italia, 2001-2003) di Maurizio Ponzi, Giovanni Soldati, Luigi Parisi, Lidia Montanari, con Stefania Sandrelli, Virna Lisi, Giuliana De Sio, Nancy Brilli, Massimo Bellinzoni, Antonella Ponziani, Eva Grimaldi, Gabriel Garko, Lunetta Savino, Caterina Vertova, Nicole Grimaudo, Patricia Millardet, Martine Brochard, Ginevra Colonna, Loredana Cannata, Damiano Andriano, Stefano Davanzati, Maria Grazia Cucinotta, Ida Di Benedetto, Eva Robin’s, Lydia Biondi, Pino Colizzi, Pino Micol, Giusi Cataldo, Felice Andreasi, Urbano Barberini, Cesare Bocci, Daniele Pecci, Anita Ekberg, Michèle Mercier, Laura Troshel, Cristina Ascani. Mélo commedia. ***

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