Recensione: Il grande salto

IL GRANDE SALTO (Italia, 2019) di Giorgio Tirabassi, con Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi, Gianfelice Imparato, Roberta Mattei, Paola Tiziana Cruciani, Lillo, Salvatore Striano, Mia Benedetta, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Liz Solari. Commedia. ***

Rufetto racconta al figlioletto di essere stato quattro anni a Bruxelles. In realtà quel periodo l’ha trascorso in galera. Al ritorno si è piazzato a casa dei suoceri, che lo sopportano solo per amore della figlia, a sua volta sospesa tra l’esasperazione e l’affetto verso un cinquantenne inetto, maturo solo secondo l’anagrafe. Ha un amico, Nello, che vive in un sottoscala, non sa relazionarsi con le donne e gli scrocca i pasti.

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Rufetto e Nello sono due delinquentelli di mezza tacca, che sognano di fare “il grande salto” ovvero il colpo per svoltare la vita. Prima cercano di fare il remake di una vecchia, storica rapina. Poi entrano nel giro del guappo del quartiere, che affida loro una delicatissima missione. Ma Nello, che vede un sacco di documentari sul tema, sa che non puoi metterti contro il destino. In altri termini: come pretendere di saltare se la sfiga è più forte di te?

All’opera prima nel lungometraggio, Giorgio Tirabassi dimostra di aver capito su cosa si regge la grandezza della commedia alla maniera italiana: la fame, la cialtroneria, il genius loci. A determinare le azioni di Rufetto e Nello sono, infatti, la miseria economica ma anche umana, il bisogno di garantire un futuro per sé e i propri cari, il rifiuto categorico di lavorare con l’alibi dell’età, del sistema, della crisi, l’aderenza ad uno specifico spazio geografico che si ama e si odia al contempo.

Tirabassi – che ha scritto la sceneggiatura insieme a Daniele Costantini e Mattia Torre: due sguardi, due filtri che raccontano altrettanti pezzi di mondo, l’uno con approccio più desolato e l’altro unendo l’ironia e il disincanto – si affida alla rodata alchimia con l’amico Ricky Memphis, con cui ha lavorato per anni in Distretto di polizia: e sull’autenticità del rapporto si edifica il legame di fiducia con uno spettatore chiamato ad accettare le traiettorie surreali della storia.

Il grande salto pullula di amore per il cinema italiano (ma sarebbe meglio dire per la commedia) e Tirabassi riesce a non limitarsi all’opera di sterile citazionismo ombelicale tipico di certi presunti autori. Al contrario, la schiettezza della sua adesione ad un repertorio in cui collimano I soliti ignoti e Il minestrone rende il film irresistibile, specie quando, nel momento più spericolato, adotta un registro quasi fantastico che vira verso un grottesco più tenero che perfido.

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In più, inseritosi nel solco del recente filone della periferia romana, pur spostandosi nei paraggi di un quartiere più centrale, Tirabassi porta quegli umori in uno schema sì desolante ma che non può fare a meno del sorriso amaro della commedia. E se da una parte anche lui, come Paolo Sorrentino, Alice Rohwracher o Niccolò Ammaniti, intuisce la meditazione sul sacro, dall’altra, nel rocambolesco pellegrinaggio verso il santuario passando per gli istanti fulminanti che condizionano la narrazione, è importante la scelta di seguire una commedia di sponda comenciniana o zampiana.

E anche se il ritmo talvolta perde quota e serpeggia l’impressione di due blocchi non troppo compatti nell’insieme, ci sono all’attivo lo straordinario lavoro sugli attori (e che caratteristi, su tutti Paola Tiziana Cruciani e Gianfelice Imparato), certe fiammate di spasso (il cammeo di Lillo, la trippa), un décor intelligente (l’avvilente covo di Memphis, un catalogo di bar di rara esattezza), il finale marittimo nel mai troppo valorizzato litorale adriatico. Camei affettuosi di Valerio Mastandrea che ha i parenti a Giulianova e Marco Giallini capo zingaro. Magari un unicum, ma che piacere.

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