L’estate | Paolo Spinola (1966)

Rampollo di una famiglia della nobiltà genovese, Paolo Spinola girò, tra il 1964 e il 1977, quattro film. Dopodiché si dedicò all’imprenditoria vinicola. Un soggetto che non può non destare il nostro interesse, soprattutto alla luce di una carriera effimera ma davvero intrigante, comunque totalmente relegata all’oblio. Praticamente irreperibile nel circuito legale: nessuno dei suoi film è pubblicato in home video, le copie visionabili in giro sono indecenti. Un regista invisibile, parafrasando il titolo del suo terzo lavoro, il fantasmatico, ostico, misterico La donna invisibile.

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Lodatissimo dalla critica all’apparizione della sua opera prima, Spinola è stato poi talmente trascurato, perfino respinto, fino ad essere dimenticato. Eppure con l’esordio La fuga aveva dato prova di una raffinatezza, un’eleganza, un coraggio inediti per l’epoca: in un inesplicabile bianco e nero, nitido e sfuggente al contempo, la drammatica storia – filtrata da una prospettiva psicanalitica – di una donna in crisi, tradita dal marito e affascinata dal possibile ménage lesbico con un’amica.

Sforbiciato dalla censura e premiato dalla critica, accostato naturalmente a Michelangelo Antonioni come mille altri autori o aspiranti tali in quel periodo, dominato dalle splendide performance di Giovanna Ralli e Anouk Aimée, quel film permise a Spinola di proseguire il discorso sul ceto borghese all’epoca del boom economico, tra donne tormentate sul baratro dell’alienazione e superbi uomini di mezz’età che si sentono padroni del destino.

Attraversato da una selezione di canzoni beat, come se Gianni Boncompagni (accreditato compositore) gestisca il juke box sul mare, L’estate è un prodotto tipico della sua stagione: lontano dalla città, reclusa in case di villeggiatura o su panfili in mezzo al mare, la borghesia sguazza compiaciuta addirittura delle proprie angosce, annacquate nel chiacchiericcio costante da salotto costiero, sotto le vacuità scambiate per ammazzare quel tempo ed esorcizzare il tempo che passa.

Alla base, infatti, c’è un conflitto generazionale che si riverbera nella problematica sessuale: un’elegante donna di rappresentanza, mediamente desiderata dai maschi a eccezione del marito, bicchiere in mano e capello mai scomposto; e sua figlia, vitale adolescente che forse non è andata a scuola da Lolita ed è una ninfetta da dolci inganni, direttamente uscita da un film di Alberto Lattuada. Si contendono il maschio del boom, compagno della prima: quarantenne, professionista affermato, opportunista, cinico, fedifrago, dedito al cameratismo.

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Quest’ultimo è interpretato da Enrico Maria Salerno, uno dei corpi più contundenti e meno studiati del nostro cinema: adatto tanto alla commedia all’italiana quanto al dramma intimista, ha la faccia più indicata per incarnare l’intellettuale che si porta la guerra dentro, capace di capitalizzare il potenziale edonista da brillante e scivoloso seduttore e in parallelo dare voci ai tormenti di uomini segnati dalla vita, padre di famiglia e perso in odissee nude, dentro le stagioni del nostro amore (che è dello stesso anno di L’estate…).

Assistito in sede di sceneggiatura da Rafael Azcona, Spinola usa il triangolo amoroso per costruire un acido trattato sul capitalismo italiano: incompleto e rozzo, attratto dalla facilità della conquista (la carne giovane della ragazzina) e convinto di godere d’una rendita di posizione vita natural durante (la relazione ufficiale con la coetanea), provinciale, subalterno alle mode, autoreferenziale. Nella forma di un secco, tagliente, aspro mélo al calor bianco, un film in anticipo, stratificato e precisissimo nel raccontare uno spietato spazio socio-culturale. Reparto tecnico di lusso: fotografia di Marcello Gatti, montaggio di Nino Baragli, scenografia e costumi di Piero Gherardi.

L’ESTATE (Italia, 1966) di Paolo Spinola, con Enrico Maria Salerno, Nadja Tiller, Mita Medici, Carlo Hinterman, Gordon Mitchell, Mirella Pamphili. Drammatico. ***

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