Recensione: Lei mi parla ancora

LEI MI PARLA ANCORA (Italia, 2021) di Pupi Avati, con Renato Pozzetto, Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese, Stefania Sandrelli, Chiara Caselli, Lino Musella, Alessandro Haber, Gioele Dix, Nicola Nocella, Serena Grandi. Drammatico biografico. ****

Succede una cosa che capita spesso nel cinema. Si trova una storia, la si pensa per un attore che sulla carta sembra perfetto e poi all’ultimo si deve ripensare tutto, chiamare un altro interprete e ripartire da capo. Non è un mistero: per incarnare Giuseppe Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio, farmacista ferrarese che novantenne si reinventò scrittore al fine di elaborare il lutto della moglie amata per sessantacinque anni, la prima scelta di Pupi Avati era Massimo Boldi, il comico di cui aveva già scandagliato il dramma nell’ormai antico Festival. Annunciato e confermato, poche settimane prima dell’inizio delle riprese Boldi decise di dare forfait, preferendo il set di In vacanza su Marte. Un disastro, ma poi il colpo di genio: Renato Pozzetto.

Lei mi parla ancora è il miglior film di Avati da un bel po’ di anni, con tutti i cliché, le cadute, le pigrizie, i manierismi dell’autore bolognese (la nostalgia che confina con la muffa, trasparenza che è ogni tanto sciatteria, la riproposizione di un certo registro fatto di suoni e facce già masticati, la voce fuori campo che impone un côté troppo romanzesco, fraseggiare letterario compreso), certo. Ma la presenza di Pozzetto rende il film qualcosa di profondo, commovente, perfino dilaniante per come ci spezza il cuore.

Perché l’ottantenne maestro della comicità lunare, da tempo lontano dal set, porta in scena la fatica di un fisico acciaccato e consumato dalla vecchiaia, lo sguardo smarrito di un uomo che sta svanendo, i lampi di lucidità di chi sa di appartenere ancora a questo mondo, la saggezza di un anziano che rivendica la purezza dell’animo. È indicativo che per raccontare un personaggio devastato dal dolore, eppure consapevole di essere parte d’un noi immortale (ricorre molto questa parola fuori moda, fuori norma, fuori dal nostro mondo, quasi pericolosa) al punto di costeggiare l’aldilà pur di continuare la storia, ci sia Pozzetto, un commediante che ha costruito l’epica del candore.

Se Avati riesce a trasmettere questo dialogo tra vita e morte, passato e presente, corpo e anima trovando una naturalezza mai artefatta, debitrice alle suggestioni della pagina scritta ma risultato di una forte padronanza del dramma, Pozzetto segue alla lettera le indicazioni dell’autore e al contempo sembra andare per una strada che conosce solo lui, capitalizzando al meglio la potenza del suo essere senex e già comico (il comico esiste solo se ha contezza della tragedia), scoprendo le parole nel momento stesso in cui le rivela ad alta voce, in un’apparente improvvisazione che fa rima con la sapienza di un professionista impareggiabile.

Non è un caso che le parti migliori siano quelle in cui è in scena lui, mentre quelle nel passato funzionano fino a un certo punto, come se all’ottantunenne Avati interessi relativamente ricostruire la nascita della coppia, qualcosa che tutto sommato ha già raccontato nel perimetro di quel personale memoir che è tutto il suo cinema.

E se ne giovano tutti coloro che gli stanno attorno, dalla moglie Stefania Sandrelli (straziante il notturno iniziale nel letto) alla figlia Chiara Caselli (Avati è l’unico italiano che sa valorizzarla, per inciso) fino a Fabrizio Gifuni, il ghostwriter in crisi (un romanzo su Carver in lavorazione, una vita sentimentale disordinata) la cui partecipazione al film e alla storia sembra legata soprattutto alla possibilità di potersi confrontare con un’altra generazione, rigenerandosi alla luce dell’altrui vecchiaia per poter riconfigurare la vita stessa. Che sia imbelle di fronte al lutto o restio al rivelarsi, biascicante o cristallino, disperatamente in dialogo con i fantasmi sempre presenti o paterno verso i figli (ideali) scapestrati, Pozzetto è spettacolare. È un dono.

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