Più bello di così si muore | Pasquale Festa Campanile (1982)

Prima o poi bisognerà riprendere in mano l’opera – cinematografica ma anche letteraria, quindi da considerare nella sua organica complessità – di Pasquale Festa Campanile, tipico per la sua epoca ma oggi inconsueto intellettuale sospeso tra dialettica da salotto e ammiccamento popolare. La sua è una filmografia vastissima e irregolare, legata al dovere di onore contratti e talvolta attraversata da una cifra più personale, comunque tutta caratterizzata dall’osservazione del rapporto tra l’italiano (piccolo)borghese e l’evoluzione dei costumi sessuali.

In fin dei conti un film come Più bello di così si muore sarebbe oggi totalmente inconcepibile e, tutto sommato, a distanza di quarant’anni, non manca qualche problematica nel relazionarsi con una messinscena così scollacciata e libertina nel mettere in scena personaggi piuttosto complicati dei quali tuttavia si sottolineano gli aspetti più semplificati e faciloni.

Dal romanzo di Antonio Amurri, adattato da Ottavio Jemma con l’autore stesso, questo film umoristico e ambiguo parte da un assunto: il sesso a pagamento è un’opportunità legittima per i morti di fame. Appena uscito dal carcere, il protagonista – che vive a casa del cognato, in una casa su una scalinata del centro a Roma il cui affitto oggi sarebbe carissimo – si lascia convincere da un ex compagno di cella, un travestito con cui – chi può dirlo! – forse ha intrattenuto qualche rapporto in galera: perché non ti travesti anche te così ti metti da parte un bel gruzzoletto senza fare troppa fatica?

Spinto dalla moglie incinta, dalla cognata che sbava per lui e dal di lei marito stanco di mantenere tutti, si traveste da donna (si fa chiamare Marina) e, lungo il circuito dello Stadio dei marmi, rimorchia un maturo aristocratico di campagna, scoppato e mezzo ciecato, tenero e mellifluo, praticamente vergine e soprattutto ricchissimo. Il nobiluomo naturalmente si innamora di Marina. Partono i problemi? È un punto di vista.

Più bello di così si muore (film) - Wikipedia

Incardinato in un impianto molto teatrale, il film indovina con acume il tema dell’omosessualità latente – o perlomeno la fluidità nella tensione erotica – declinandolo su un registro programmaticamente volgare fatto di pragmatismo popolare (consumare a scopo di lucro con una persona dello stesso sesso non corrisponde a tradimento) e esplosione di pulsioni inconsce (il progressivo adattamento del protagonista nel suo alter ego femminile).

Nel suo mettere in scena una Roma decadente e umbratile, la confezione è elegante e non banale (fotografia di Alfio Contini, musiche di Riz Ortolani, costumi di Mario Carlini con Piero Tosi chiamato a curare il guardaroba di Marina) e la direzione degli attori lasciata a briglia sciolta (Ida Di Benedetto è straripante, Monica Guerritore non si limita, Toni Ucci si conferma caratterista sottoutilizzato). Se Enrico Montesano calca la mano come sua consuetudine, è molto intelligente il casting di Vittorio Caprioli, credibilissimo in un ruolo a rischio macchietta sia per la sua sapienza d’attore sia per l’esperienza da autore che l’ha reso il nostro regista più queer (Parigi, o cara, Splendori e miserie di Madame Royale), con il cammeone della regina Paola Borboni come mamma castrante. Finale un po’ a sorpresa.

PIÙ BELLO DI COSÌ SI MUORE (Italia, 1982) di Pasquale Festa Campanile, con Enrico Montesano, Monica Guerritore, Vittorio Caprioli, Ida Di Benedetto, Toni Ucci, Paola Borboni, Franco Caracciolo. Commedia. ** ½

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