Dietro la porta chiusa succede, evidentemente, qualcosa. Di innominabile, enigmatico, evocativo, perverso, pericoloso. Fritz Lang la apre, questa porta. Apre così le porte chiuse di un animo umano, con piglio da psicanalista coinvolto nella curiosità enorme di chi vuole conoscere il lato oscuro dell’istinto che si impadronisce della ragione.

Persi nei meandri di una mente manipolata dalle proprie ossessioni, ingabbiata nel buio delle nebbie intestine che avvolgono i sensi, Lang accompagna lo spettatore nel percorso di autoanalisi della coscienza dei personaggi, non solo in quello di Mark, ma soprattutto nei tormenti che affliggono l’azione di Celia (magnifica Joan Bennett): sospesa tra illusione e timore, non di rado con gli occhi coperti da bende esistenziali, la sua voce riecheggia nell’aria con l’obiettivo di far partecipare alle sue dinamiche psicologiche anche lo spettatore.
Per niente facile nella sostanza, ha una forma che lo potrebbe far assemblare ad un convenzionale melodramma nero: in realtà è tutt’altro, uno dei primi thriller dell’anima, sedato dal coinvolgimento metafisico dell’autore, avvolto nel sottile velo dell’inquietudine, tremante e febbrile come chi viene sorpreso oltre i confini dell’equilibrio interiore.
DIETRO LA PORTA CHIUSA (SECRET BEYOND THE DOOR, U.S.A., 1948) di Fritz Lang, con Joan Bennett, Michael Redgreve, Anne Revere, Barbara O’Neil, Natalie Schafer. Noir. ****